Il Signore è la mia Salvezza.


Paradies: Glaube

Ulrich Seidl

2012

Una donna di mezza età, in mutande, che si fustiga con il gatto a nove code davanti al crocifisso.

La stessa donna, che indossa un cilicio sotto il vestito e prega strisciando in ginocchio per tutta la sua casa.

Ancora lei, che si masturba con il crocifisso di cui sopra.

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Alcuni anni fa sarebbe bastato molto meno (RSVP Martin Scorsese e Abel Ferrara), per parlare di film maledetto, di censura e inquisizione, di rivolte di piazza, pellicole al rogo, attentati dinamitardi delle Associazioni dei Consumatori Cattolici Responsabili e del Movimento dei Genitori Puri, ma oggi no, siamo nel 2013, l’iconoclastia globale contro cattolicesimo e relativi proseliti è finalmente quasi compiuta, per quanto l’ascesa al trono di una pop star quale Papa Bergoglio ha un tantino sparigliato i nostri piani.

Ulrich Seidl, grande amico di Dikotomiko, ne è perfettamente consapevole e usa senza scandalo gli elementi di cui sopra per imbastire la più acre e cupa commedia del 2012.

Paradies: Glaube (Paradise: Faith), secondo capitolo della trilogia Paradise (Love, Faith, Hope) vive di inquadrature fisse, tratto distintivo mutuato dal cinema hardcore, ed effettivamente la costrizione al voyeurismo, a guardare persone ed azioni da un punto di vista statico, come se lo spettatore fosse non visto sul luogo dell’azione, riporta all’uomo che spia e spiando si eccita.

Seguiamo immobili Annamaria, appassionata credente, nella sua ricerca della Salvezza, mentre prega e fa penitenza, mentre intona alla pianola litanie in gloria al Padre al Figlio, mentre, brandendo una Madonna in gesso, si introduce nelle case degli immigrati nuovi Austriaci per evangelizzarli.

Il suo più grande desiderio è che l’Austria tutta torni ad essere cattolica, per questo officia preghiere collettive con altri adepti del culto: l’associazione tra patria e religione è l’elemento più inquietante e del film, con il riferimento sotteso alla nascita del Nazismo sul medesimo humus sociale.

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L’inquietudine si ferma qui, per il resto, soprassedendo sulle riprese – abbastanza gratuite – di una vera gangbang nella quale si imbatte Annamaria tornando a casa, si ride ferocemente a guardare gli incontri/scontri di questa fanatica con freak edipici smutandati…

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… atei dialoganti, prostitute russe schiave della bottiglia. ma si ride soprattutto per il continuo conflitto con Nabil, suo marito, musulmano e paralitico.

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Nabil è il deus (non cattolico…) ex machina del racconto: non è raccontato come e perché sia sposato con Annamaria, né come e perché ritorni da lei, né dove sia stato prima. Interessa solo che lui, alieno in carrozzella, conduca la sua battaglia quotidiana contro feticci e simboli di culto presenti in casa, geloso della passione ardente di sua moglie per Gesù Cristo.

Parimenti fanatico, chiede a sua moglie devozione e improbabili rapporti sessuali, non si rassegna nemmeno ad esser punito con la privazione della carrozzella. Arriva eroico allo scontro finale, si avvinghia ad Annamaria e cerca di sottometterla a suon di cazzotti e mazzate, ma qui è costretto finalmente alla resa, e la povera donna, stremata ed invero titubante, torna in lacrime dal suo amato, ligneo amico sulla croce.

Perhè la Fede vince sempre, e Dio è grande.

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