Stop that train !


The Lone Ranger

Gore Verbinski

2013

Tanto tanto tempo fa, in un Paese lontano lontano chiamato Selvaggio West, ci stava tanta gente di tutte le razze.

C’erano gli Indiani, che si chiamavano Pellirossa, che si chiamavano Nativi Americani, che venivano sterminati con impegno e abnegazione.

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Ci stavano i Cinesi, moltissimi e silenziosissimi, che si spezzavano la schiena e morivano a sciami per costruire la ferrovia.

Ci stavano i cittadini dei nuovi Stati Uniti d’America, freschi freschi di indipendenza, e questi si dividevano in:

1)      Affaristi in doppiopetto, avidi di danaro e potere;

2)      Criminali incalliti, con vocazione al massacro, allo stupro ed al cannibalismo;

3)      Generali sanguinari, sterminatori indomiti per Dio e per la Patria;

4)      Prostitute monche, dal cuore d’oro e le gambe di avorio e piombo;

5)      Gente comune, di religione mormone o protestante, dalla irritante dabbenaggine, con idee confuse sulla vita e sulla famiglia.

Era un mondo fatto di polvere e carbone, forgiato dagli dei del metallo, prezioso (oro, ma qui argento) e comune (ferro), dominato da creature mostruose, il Treno e la Mitraglia, sua mortifera vestale.

Il Treno divorava rotaie, vite e distanze, spostava comunità, ricchezze, spostava le sorti di una nazione intera, in una corsa senza freni verso le Colonne d’Ercole dell’Ovest. La mitraglia dormiva con un occhio solo, sempre pronta a vomitare la sua tempesta di fuoco su chiunque fosse a tiro.

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In questa grande e funesta storia trovava posto una piccola storia di cani sciolti e cuori solitari. Un indiano rinnegato e suonato diventava amico di un ranger atipico su un cavallo albino, in nome di un comune desiderio di vendetta, o di giustizia, che poi la vendetta come giustizia è alla base di tutta la grande epopea USA, da Hiroshima al Vietnam all’Afghanistan all’Iraq all’infinito.

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Queste le fondamenta su cui un grande regista pop, Gore Verbinski, ha realizzato il più grande colossal della stagione, non a caso inserito da QT tra i migliori 10 del 2013.

Un film enorme, lunghissimo, spettacolare, ma soprattutto A-V-V-I-N-C-E-N-T-E, capace di scatenare entusiasmo ed empatia come solo alcune saghe degli anni 80 (Indiana Jones in primis, come alcuni nostri amici hanno già osservato) riuscivano a fare.

Una sarabanda di agguati, sparatorie, rapine, tradimenti, inseguimenti, una carrellata di luoghi meravigliosi, canyon, deserti, paesi fantasma, al ritmo incessante del treno che corre, sulle note del Guglielmo Tell.

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Si ride e si muore tantissimo, i duelli sono davvero all’ultima goccia di sangue, e le passioni sono estreme. Quanto agli eroi:

–           il ranger mascherato è splendido nella sua goffaggine e nella sua ingenua integrità, molto lontano dall’eroe Emo nolaniano e vicino all’Ur Spider Man di Raimi.

–          Tonto, l’ indiano, è Johnny Depp, all’apice del suo trasformismo e della sua verve, e ho detto tutto.

–          Il cavallo albino è lo spirito guida che tutti vorremmo avere.

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Cosa incredibile a dirsi, questo film così anarchico e così distopico è stato prodotto dalla Disney e destinato a quel pubblico di bambini e preadolescenti che avevano adorato la saga innocua dei Pirati dei Caraibi, ma qui i bambini giocano con le pistole, guardano la morte in faccia.

E studiano la storia.

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Tu Tuu ! Ciuf ciuf !

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