La scomparsa degli Indi(e) americani


The East

Zal Batmanglij

2013

Dunque, per una volta andiamo con ordine e vediamo un po’ cosa abbiamo qua.

Brit Marling nel ruolo di una donna affascinante ed elegante come un’agente immobiliare frigida, lavora per una sorta di servizio segreto privato. E’ incaricata di infiltrarsi in un collettivo ecoterrorista anarchico che sta mettendo a segno dei raid finalizzati a colpire i dirigenti delle multinazionali energetiche e farmaceutiche (cioè i clienti di questa private intelligence) e a far provare sulla loro pelle gli effetti delle loro politiche criminali, tossiche e omicide. 

Un soggetto tosto, con complicazioni implicite e sviluppi prevedibili, tanto che è inutile parlarne.

perchè

Un soggetto tosto, che Zal Batmanglij riesce a tramutare in una boiata comica ed irritante come poche. Il collettivo anarchico (etichettato come tale ma non si capisce il perchè) sembra più una setta di fanatici sul modello visto ne La fuga di Martha. Ai componenti, ovviamente democraticamente assortiti per non scontentare nessuna minoranza sessuale etnica e fisiologica, escono di bocca delle puttanate di frasi fatte che non è neanche il caso di citare. Spicca tra tutti il personaggio incarnato da Ellen Page, la sua espressione lessa, scotta, immutabile, che per tutto il film vuole ricordarci che: “sono giovane, ma porto dentro di me tutti gli orrori del mondo e il mio sguardo catatonico è la diretta conseguenza di questo peso tremendo”.

ellen

Il climax arriva all’ora di cena con la nuova arrivata/infiltrata. Tutti a tavola in camicia di forza. Quindi per mangiare si può usare solo la bocca. Tutti guardano l’infiltrata, incoraggiandola a cominciare. Lei esita, poi giustamente affonda la faccia nel piatto. Gli anarchici (?), dopo averla osservata, le mostrano invece il loro modo sovversivo e collettivistico di mangiare: ognuno prende in bocca l’enorme cucchiaio, lo riempie di minestra, e si gira ad imboccare il compagno vicino. La potenza di questa scena mi ha fatto quasi ribaltare sulla sedia a dondolo, e stavo per soffocare dalle risate.

gnam

Banalità, retorica irritante e assoluta superficialità nel delineare le dinamiche psicologiche tra i soggetti, completano un quadro desolante.

E pensare che regista e protagonista hanno davvero frequentato un collettivo anarchico qualche anno fa. Bah.

Il Sundance ha partorito negli anni film pretenziosi, banali e sopravvalutati, ma anche dignitosi esempi di cinema “contro”. E’ difficile credere che il cinema democrat-indie-liberal americano sia precipitato così in basso, ma tant’è.

A saperlo, avrei rivisto Il dittatore dello stato libero di Bananas.

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