Diversamente umano


The Wolverine

James Mangold

2013

[ post also available on http://www.rapportoconfidenziale.org ]

« I know, it will always be the purpose for a corporation to make a profit… but Yashida Industries believes we can also work with our community ». (Mariko’s Speech)

Partiamo da qui: prematuramente bollato come flop, ha incassato a livello planetario oltre 420 milioni di dollari, garantendosi il diritto al sequel (state attenti: si girerà il sequel di questo spin-off e non dello spin-off uscito nel 2009, che era sempre Wolverine ma in una dimensione spazio-tempo differente).

Tra i Paesi che ne hanno decretato il successo spicca la Cina, ancora selettivamente permeabile alla produzione cinematografica kapitalista, con oltre 40 milioni di dollari incassati al di là della Muraglia e una distribuzione in sala ancora non esaurita mentre scriviamo. Il dato è rilevante, specie se confrontato con i più magri incassi registrati in Giappone (sotto i 10 milioni di dollari), che per il film in questione presta le location e praticamente tutto il cast. Il box office cinese conferma una decisa voglia di Amerika, con ben 11 titoli made in Usa tra i 20 più visti dell’anno.

Lo sfondamento a Oriente è l’obiettivo della nuova strategia commerciale delle Major cinematografiche. Davanti a un mercato domestico saturo e satollo di supereroi, con evidenti segnali di rigetto e paranoia (i supereoi sciroccati alla Kick-Ass, horror alla The Conjuring tra i più visti dell’anno), Hollywood va alla conquista di nuovi vecchi mondi, puntando tutto su qualità del prodotto e ibridazione degli stili, cercando di replicare il modello Disney e DC Comics di quasi un secolo fa.

Apparecchiare le specialità dell’egemonia politica e culturale USA, servire con salsa di soia.

Ecco Del Toro che porta i suoi Marines rottoni a Hong Kong (vedi alla voce Pacific Rim).
Ecco Verbinsky che porta – meglio, dissotterra – cinesi nel Far West (vedi alla voce The Lone Ranger).
Ecco Mangold che porta Wolverine in Giappone.

Wolverine in Giappone, dunque. Lui, l’archetipo del mutante cinematografico, tormentato come Highlander, tagliente come Freddy Krueger, cupo come Batman, arrabbiato come Hulk, orfano come Superman, condannato alla vita eterna come Faust.

Diversamente umano, troppo diversamente umano.

Wolverine, artigli di adamantio, cuore di burro: nell’incipit lo vediamo farsi scudo umano per proteggere un pavido sergentello giapponese, incapace di farsi seppuku, mentre deflagra su Nagasaki la bomba della vergogna (posso anche spiegarvelo meglio: lui, supereroe Amerikano, si scusa per la bomba e difende la progenie dei fottuti musi gialli. Ora che vi è più chiaro l’incipit, posso continuare).

Dopo il doveroso tributo filologico al lato Into the Wild di Wolverine, Mangold ce lo riporta in Giappone, 60 anni dopo the Bomb, a salvare… L’universo?! Naaaaaaaaaaaah! Allora a salvare?!… Il mondo?! Pfui! A salvare… Ma sì! La più grande e monopolista e fascistoide corporation giapponese!

Avete capito bene, perché quell’ignavo sergentello è diventato il leader maximo e unico dell’impero industriale che ha ricostruito il Paese, con la sua potenza economica tiene il Giappone per le palle, ma gli sceneggiatori si premurano di informarci che lo ha fatto per amor di Patria, perché dopo aver visto l’Orrore ha aiutato il Sol Levante – appunto – a levarsi. Ora, in punto di morte cancerosa, megalomane come un imperatore scintoista, brama l’immortalità, che gentilmente chiede al vecchio Wolvie cui essa è a noia.

E inizia la sarabanda: Doktoresse con lingua mortifera, teenager precog sapadaccine, geishe lanciacoltelli, ninja assassini yakuza tatuati e samurai robot. Con la sarabanda arriva anche lo spettacolo vero, perché Mangold sa fare il cinema d’azione e, per le scene corali, è un grande. Gli siamo grati per i 25 minuti di scontro a fuoco e zanne (pardon, volevo dire artigli) iniziali, siamo ammirati dai combattimenti dentro e fuori lo shinkansen (Quel treno per Yuma 2.0), il treno più veloce del mondo, ma soprattutto abbiamo impresso nelle nostre retine la battaglia tra Wolverine e centinaia di ninja centauri su motorette anni ’70, in un paesino ghiacciato alla periferia di Tokyo, con la neve che cade. Tutto molto bello, davvero.

Gli siamo meno grati per il pippone melò a metà film, con Wolvie fragile come un figlio di Nolan qualsiasi, innamorato dell’amore e quindi infatuato della bella ereditiera, cui decide di salvare la vita ad ogni costo perché è grazie a lei che a riscoperto la propria identità – nuovamente felice d’essere immortale.

E quale sarebbe poi, questa identità da riscoprire? Ma è lapalissiano, Wolverine è un soldato, e un soldato combatte, mica si nasconde.

Per dovere di cronaca debbo confessarvi che non nutro simpatia né rispetto alcuno per i militi. Quando poi detti militi sono anche immortali, la mia acrimonia muta in odio. Perché è vero che i nemici sono cattivi, spregevoli, puzzolenti persino, ma andrebbero affrontati ad armi pari, partendo dallo zero a zero, sennò tanto vale menare una bomba atomica e non pensarci più.

Che è proprio l’origine, appunto, di questo Wolverine l’immortale (o il Marziale), nato supereroe, mutato in guardia giurata. •

Dikotomiko

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