A proposito di Davis. The ballad of Joel and Ethan


Inside Llewyn Davis

Joel ed Ethan Coen

2013 .

[Il post è anche qui]

Certo che vi comprendo. Lo so, vi siete addormentati, annoiati, e nella migliore delle ipotesi avete sbadigliato fino a far scricchiolare le vostre mascelle. Al risveglio poi, avete srotolato tappeti di parole inutili, scritto frasi di una idiozia difficilmente eguagliabile, azzardato paragoni con i film precedenti dei Coen concludendo con giudizi velenosi quanto un bicchiere di acqua di rubinetto,  che ormai non hanno più niente da dire, girano in tondo, troppe autocitazioni riservate agli eletti, bla bla bla.

canta

In realtà il problema è tutto vostro: vi siete rovinati con i Daft Punk, mettete su un disco solo per divertirvi ballare e distrarvi, e nel 2014 la musica folk è per voi più lontana aliena e ostica della regina Himika.

Inside Llewyn Davis E’ musica folk: non è un semplice omaggio sincero ai folksingers pre-Dylaniani, è proprio una ballata. Gran parte del merito va al maestro T-Bone Burnett, lo stesso responsabile della mesmerizzante, strabiliante, epocale colonna sonora di True Detective, che ha fatto quello che era necessario fare: ha vestito la musica con abiti da protagonista assoluta della pellicola, mettendola sotto i riflettori, veicolandola verso le nostre orecchie con un suono vero, nudo e infinitamente rispettoso delle storie senza tempo narrate (“se l’avete già sentita e non invecchia mai, allora è una canzone folk”).

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I fratellini sono i fratellini, maestri di cinema senza tempo. Per loro è stato un gioco da ragazzi plasmare le immagini attorno e dentro la musica, arricchendole con l’indolenza, il cinismo e l’eleganza (e perchè no, con autocitazioni e autoindulgenza, perchè se lo possono permettere. E perchè l’affermazione del loro stile non intacca mai, neanche per un istante, la purezza della musica) che sono il loro marchio di fabbrica.

E nonostante i rapporti umani disastrosi, il consueto humour nerissimo, i vicoli notturni che sono talmente noir che ti chiedi come mai non ci sia Humprey Bogart a passeggiarci, Joel ed Ethan, dopo O Brother Where Art Thou? hanno firmato un ulteriore atto d’amore per la musica tradizionale americana, prostrandosi ai suoi piedi come è giusto che sia, servendosi del talentuosissimo protagonista Oscar Isaac che canta e suona la chitarra come se fosse davvero a New York nel 1961.

E la neve di Fargo, l’ingombrante corpo fumettistico di John Goodman, il gatto uscito dalle pagine dell’Odissea, sono spezie azzeccate per un piatto prelibato.

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La vicenda trae ispirazione dalle memorie di Dave Van Ronk, chitarrista sottovalutato ed uno dei primi punti di riferimento del signor Bob Dylan (che ha confessato di aver copiato intere sue registrazioni, verso per verso), barbuto, di estrema sinistra, degno rappresentante della comunità di folksingers del Greenwich Village di inizio sessanta.

Accompagniamo Dave/Llewyn/Oscar Isaak (Oscar di nuovo insieme a Carey Mulligan dopo Drive) nel suo vagabondaggio tra divani, impresari, musicisti strambi, amici improbabili, sapendo che si tratta di un vagabondaggio che non porterà da nessuna parte. D’altronde fallimento disperazione e disillusione sono fondamentali per interpretare classici come Hang Me, Oh Hang Me e The Death Of Queen Jane.

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Se nomi come Ramblin’ Jack Elliott, Phil Ochs, Woody Guthrie ma anche Jeff Tweedy e Devendra Banhart non vi dicono niente, beh, lasciatelo perdere Inside Llewyn Davis. Non può dirvi niente. Se il film ha un limite, è quello di non essere The Blues Brothers: difficilmente uno spettatore vergine si avvicinerà alla musica folk dopo la visione. Perchè si, i Coen non sono John Landis. Loro sono snob.

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