Lega la Lego® – The Lego Movie


1978. Decenni prima che un manipolo di delinquenti planetari concepisse il primo famigerato junior talent show, partecipai ad una trasmissione di una minuscola, insignificante TV locale. Il gioco a premi, Allegri Ragazzi, metteva in gara le scuole elementari del capoluogo, rappresentate da squadre di bambini tra i 6 e gli 11 anni. Io avevo 5 anni ed usufruivo di una wild card, in quanto frignante fratello di altro partecipante. Il meccanismo del gioco era semplice, mutuato paro paro dal Trivial Pursuit: scontri ad eliminazione diretta, batterie di domande su vari argomenti, Geografia, Storia, Sport, Cartoni Animati, chi pigiava per primo il pulsante rispondeva, la squadra che collezionava il maggior numero di risposte esatte vinceva e passava il turno. Nozionismo competitivo, allo stato puro.

La mia squadra, scuola X, era fortissima, ed arrivò trionfalmente in finale senza il mio aiuto, ma qui incontrò la squadra della scuola Y, altrettanto competitiva e palesemente favorita da una triade di giudici di dubbia moralità. Al termine della gara regolamentare la situazione di parità era assoluta, non servirono 50 domande supplementari per sbloccare l’impasse, così il presentatore, tal Pompeo, ebbe l’Idea: 20 mattoncini Lego per squadra, 10 minuti di tempo per costruire qualcosa a tema libero, impiegando tutti i mattoncini a disposizione.

La squadra Y, in evidente crisi di creatività ma influenzata dalla corsa al cemento imperante in quegli anni, produsse un immondo condominio colorato di 3 piani, senza balconi, con finestre randomiche. Tre minuti bastarono a produrre l’ecomostro, ma nello stesso intervallo la mia squadra era riuscita a produrre solo un lancio di mattoncini tra il Capitano ed il suo rancoroso vice, che aveva scelto il momento sbagliato per avanzare deliranti pretese di leadership. Io, pulcino pivello, raccolsi quei mattoncini e zitto zitto mi misi all’opera, con un solo, ossessivo pensiero: Astronave Aquila, Spazio 1999.

Io costruivo, i miei compagni mi guardavano impietriti. Allo scadere dei 10 minuti, nel silenzio generale, sollevai il mio manufatto e gridai: «Aaaaaquila, Spazio 1999!», anche se a dire il vero avevo tra le mani una sorta di proto coccodrillo focomelico piuttosto che una nave spaziale. Pompeo, grande fan della sci-fiction, si commosse, i giudici pure, e la vittoria finale fu assegnata a me, a noi, alla nostra scuola. Il trionfo dell’immaginazione sullo strapotere dei palazzinari.

Lego Movie è tutto qui. Una colossale operazione di marketing come non se ne vedevano dall’età aurea del disneyanesimo, per esaltare il potere dell’immaginazione attraverso l’epopea del celeberrimo mattoncino. Il film ha una chiara matrice storica, i primi anni ’80, dai quali pesca i suoi riferimenti salienti: Guerre Stellari, Superman e Wonder Woman, un astronauta vintage, i poster con animali in pose ridicole sottotitolati con slogan grondanti il peggior edonismo reaganiano (“credici”, “tu puoi”, “tu vinci”, etc.). Siccome ne è passato di tempo e il target più appetibile è quello dei bambini di oggi, accompagnati al cinema dai bambini dell’altro ieri, in quell’immaginario d’antan sono stati innestati pezzi più attuali, da Harry Potter, al Signore degli Anelli, al Batman di Nolan.

Anche se la puzza di nerd si sente lontano un miglio, la miscela così ottenuta è vincente, grazie a una sceneggiatura che scorre libera e veloce tra colpi di scena e trovate strepitose (la dualità di Poliduro, il poliziotto bifronte buono e cattivo, tutto in un solo personaggio cambia volto, o Batman che ruba i pezzi al Millennium Falcon guidato da Han Solo). Il protagonista, Emmet, è il pupazzetto base, quello vestito da carpentiere. Emmet scampa dai pericoli a colpi di inventiva e costruzioni. Nasce muratore, diventerà demiurgo, liberandosi dal giogo dei libretti di istruzioni per salvare il semovente mondo dalla minaccia dell’immobilità perenne ( il malvagio Lord Business e i suoi droidi armati di Attak). La confezione è superba, stop-motion e CGI disegnano scenari visionari, per una volta possiamo parlare di sarabanda di mattoncini e non di pixel, come lo stesso regista afferma in un tweet.

Eppure, accidenti accidentaccio, anche l’immaginazione costa,il prezzo di una scatola di costruzioni Lego con pupazzetti a corredo. Proprio così, alla base del The Lego Movie, che non caso ha trionfato negli USA e in UK, performando decisamente meno in Europa, c’è la solita, martellante, subdola e subliminale riproposizione del fordismo capitalista, quello del «compra una Ford T di qualunque colore desideri, purché sia nero». Qui il mantra è declinato come si conviene nel «crea quello che vuoi, ma soltanto con i mattoncini Lego». Ossimoro evidente, costringere l’immaginazione sconfinata in un angusto incastro di mattoncini.

[SPOILER. E allora pazienza che padre e figlio, maschi virili come da tendenza dell’animazione di questo tempo (Alla ricerca di Nemo, Up, Monster, Cars,, scoprano di avere una passione comune e di poter giocare insieme per sempre. FINE SPOILER]

La cosa migliore di quei mattoncini non è la possibilità di costruire infiniti mondi possibili, no.
La cosa migliore, è che ci vuole solo un attimo per distruggere tutto, e ripartire da zero.

Crash.

The Lego Movie

2014

Phil Lord, Christopher Miller

[post also available on http://www.rapportoconfidenziale.org]

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