Metro Manila


Ho bisogno di fede. Devo credere a ciò che vedo. Quando questo non succede, preferisco chiudere gli occhi. O il cervello, che è lo stesso. La curiosità per l’eufonìa di un nome meraviglioso, Brillante Mendoza, mi ha spinto a vedere Kinatay, ed è stato un miracolo. Manila, il traffico, le strade, le prostitute, il clan, l’orrore. Ho visto tutto, ho creduto a tutto.

Tempo dopo, mi è capitato sotto gli occhi Metro Manila, un film marchiato indipendente che più indipendente non si può, e difatti ha fatto incetta di premi indipendenti, dal Sundance al British Indipendent Film Award. Una storia di povertà, colpa e riscatto (?)  girata nell’area metropolitana di Manila e dei suoi brulicanti sobborghi. Stavolta il regista è inglese e conosce il luogo come potrei conoscerlo io o voi, per esserci stato una volta in vacanza. Ora, ho ben presente la solita prosopopea, non è importante quanto viaggi, è importante come viaggi, con che occhi intendo, però è innegabile che se racconti di un posto che non conosci bene puoi scivolare su semplificazioni o luoghi comuni, e anche se volessi fare l’alternativo e dimostrare di aver conosciuto, tu solo, il Genius loci, non sfuggiresti alla dura legge dello stereotipo. Mentre mi incarto in questo pensiero, un lampo mi acceca e mi torna alla memoria di quando un altro insigne britannico, Danny Boyle, sbancò Hollywood con la sua favoletta sugli slum di Bombay, che ho visto e a cui ho creduto (almeno alla prima visione, alla seconda mi sono un po’ atrofizzato). Giusto, è la fede che conta, quindi voglio credere in questo Sean Ellis.

 

Metro Manila

Sean Ellis

2013

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Guardo una povera famigliola che vive coltivando il riso, ok. Il prezzo del riso è calato, Babbo Povero e Mamma Povera non riescono più a sfamare figli, ok. Si trasferiscono a Manila e Babbo Povero prova a cercar lavoro, ok. Vengono truffati, allora Mamma Povera va suo malgrado a fare la prostituta in un bar e Babbo Povero, che ha fatto il militare, ok, viene assunto per simpatia in un istituto di vigilanza privata, ok, qui in coppia con il suo mentore preleverà e consegnerà cassette di sicurezza guidando un veicolo blindato nella giungla d’asfalto di Manila, ok, rischiando la pelle ad ogni semaforo, ok. Siamo a metà film e tutto va alla grandissima: gli attori sono tutti filippini, sembra ovvio ma non lo è se pensate che Ozpetek ha girato un film a Lecce senza nemmeno uno che parlasse il dialetto leccese, invece qui parlano il tagalog, sorta di esperanto misto autoctono + spagnolo + inglese. Guardo e sudo perché soffro l’umidità marziana di Manila, il naso schifato dalla puzza della miseria come a Kuala Lumpur come a Napoli come sotto casa mia, Babbo Povero indossa camicie a mezze maniche bianche splendenti e inamidate a puntino, 100% original made in Manila come i cumuli di immondizia ed il pollo fritto. Sto credendo, sto credendo ! Avrei una piccolissima riserva sulla strepitosa bellezza di Mamma Povera, dacchè bellezza non fa mai rima con miseria, ma scelgo di credere credo che le donne filippine siano mediamente più belle delle donne italiane e via, vai avanti Sean, ti seguo.

Di improvviso, come un Cobra dei Sette Passi, il film cambia pelle e si tuffa nell’abisso. Mamma Povera è disperata e pure incinta, Babbo Povero è disperato ma tutto sommato se ne frega e se la ride sulle prostitute quindi se la ride su Mamma Povera,  finchè il suo sodale anche padrone di casa gli presenta il conto della sua non gratuita generosità, ok. Di qui l’acme in crescendo adrenalinico: Babbo Povero e la scelta, fare il colpo della sua vita o rimanere sfigato e pappone ma in fondo onesto, Mamma Povera e la scelta, avviare anche sua figlia maggiore, 11 anni, allo schifo, e tutto il money money money.

Ho finito, questo è tutto gente, non vi dirò altro, prendete e guardate senza timore Metro Manila, ammiratene la  dura bellezza, coglietene i dettagli da thriller di genere, inginocchiatevi davanti al nero chiarissimo finale, un miracolo per me, che sono ottimista come un corvo e sognatore come un ratto.

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