Sulle strade della Cisgiordania


E’ nato tempo fa a Nazareth, in Galilea. Ci racconta una storia universale, fatta di fratellanza, tradimenti, natività inaspettate, sacrificio, redenzione. Avrete certamente capito di chi parliamo.

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Il suo nome è Hany Abu-Assad, già regista del premiatissimo Paradise Now. Nel 2013 il nostro amico ha scritto e diretto Omar, un gangster movie classico che più classico non si può, ambientato in un territorio atipico che più atipico non si può, perché occupato che più occupato non si può: la Cisgiordania.

[Qui una digressione è doverosa: tra la dicotomie primigenie alla base del nostro essere Dikotomiko, quella tra Israele e Palestina ha un posto di assoluto rilievo. Cambiano le epoche, cambiano i millenni, non ci sono più le mezze stagioni, ma di mamma ce n’è una sola, e parimenti Israeliani e Palestinesi sono sempre lì, a scannarsi con pervicacia, a vivere e a morire nel reciproco fertile odio, nell’encomiabile tentativo di eternare uno stato di guerra permanente antiaristotelico, prova lampante che l’uomo è animale polemico (dal grecom “Pòlemos”, nella mia traduzione “guerrafondaio”) piuttosto che politico. Orbene, siete liberi di pensare come più vi garba, di acculturarvi o di sloganarvi a piacimento, noi da par nostro abbiamo una posizione insolitamente definita non antisemita, osteggiamo gli stati fondati sul moschetto e sul cioccolato al fosforo, o al polonio, munificamente mortiferamente elargito ai bimbi di strada. Con ciò, non voglio dire che sogniamo bus esplosivi e martiri di brigata, convinti come siamo che qualsivoglia religione, pro-pugnata attraverso abiti marziali o talari, sia una sciagura cosmica. Ciò detto, passiamo al film.]

Omar, dicevamo. Il primo film interamente finanziato dall’industria cinematografica palestinese. Competitore de La Grande Bellezza per l’Oscar 2014, fatto insolito per un film di genere, sicuramente dovuto alla originalità dell’ambientazione che ovviamente è la vera protagonista dell’opera.
Somewhere, in Cisgiordania.

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Prigioni, muri altissimi di cemento armato, pubblicità aliene su cartelloni 6X3, vicoli stretti e sordidi simil partenopei, case pullulanti di vita e di famiglie, macerie e terra arida sotto un coerente sole cocente. Guerra. Occupazione. In mezzo, triangoli ad assetto variabile: tre amici di infanzia che combattono (resistono ?), due dei tre che amano la stessa meravigliosa ragazzina, uno dei tre che tradisce la causa. L’angustia dello spazio orizzontale vissuto nel ghetto diventa categoria mentale, il sogno di una fuga esotica confonde Hebron con Parigi, ma è lo spazio verticale che può essere aggredito, e Omar salta da un corncicione all’altro, dai tetti ai carrugi manco fosse una atleta di Urban Street Parkour, spiando dall’alto la sua amata come Spiderman, che infatti nel film viene anche citato.

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Hassad, gusto e occhio per l’azione, mette in scena inseguimenti formidabili a ritmo sincopato, in contrasto stridente con il ritmo rallentato delle torture e degli interrogatori, o degli incontri zuccherosi tra gli innamorati. Il bastone della violenza atterrisce, la carota del sentimento blandisce: obiettivo è l’universalizzazione attraverso l’empatia, l’emancipazione da considerazioni più strettamente ideologiche e la totale fascinazione del racconto, che in quanto tale non si fa scrupolo di utilizzare espedienti poco logici o verosimili, anche nell’epilogo dolceamaro del film, inaspettato ma non troppo.

 

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Il gioco però riesce solo in parte, il luogo è troppo ingombrante e schiaccia la caratterizzazione di personaggi principali e secondari, specie dei poliziotti israeliani. Ci sta che questi siano i cattivi sadici e oppressori, ma così stupidi e creduloni, purtroppo, non riusciamo proprio ad immaginarli.

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