Capolavori assoluti del cinema: WAKE IN FRIGHT


 

Alle 13.25 del giorno 1 luglio 2014 uno dei migliori film in assoluto al mondo è ancora completamente inedito in Italia. Nel nuovo numero di Nocturno,  in edicola adesso, ve lo si conta noi com’è che andò.

BENVENUTI ALL’INFERNO

La storia di Wake In Fright, un classico del cinema australiano che fu girato nel 1971 dal regista di Rambo, concorse a Cannes per la Palma d’Oro ma fu a tal punto odiato dal suo stesso Paese che per 38 anni scomparve dalla circolazione prima di essere ritrovato su un camion diretto al macero, restaurato da Martin Scorsese e onorato nella collana Masters of Cinema dall’inglese Eureka!

locandina

“A Bundayabba, patria dello sproloquio, con un solo dollaro puoi vivere comprando birra, sesso, carne e morte. Tutto il resto è gratis e per sempre”

The moonlight like snow upon the desert’s dusty face. La luce della luna, come neve sulla faccia polverosa del deserto. Un maestro di scuola che usa un poema persiano medievale, il Rubayiat di Omar Kayam, come arma di seduzione in una città di creature non vive. Basterebbe questo a significare la valenza simbolica e spirituale di Wake in Fright, viaggio allucinante in uno spazio alieno, bruciato dal sole, desolato dall’uomo. Cinema dell’incubo a occhi aperti, oggetto filmico derivato da mille e un noir nella sua rigorosa definizione del tempo – l’azione svolgendosi nell’arco definito di sei settimane – non dello spazio. Entropia della psiche, immagini che implodono nell’immaginazione, come un romanzo di Richard Yates, o un film di Fuller, o di Frankenheimer, anche di Peckinpah.

birra

Deserto, Outback, Australia. L’archetipo del non luogo, nowhere to hide, nowhere to run. Umani come primati primordiali, fiumi di birra ad alluvionare corpi che grugniscono, secernono e aggrediscono. Un maestro di scuola il significante, il portatore della parola, che niente sa proferire alla sua classe attonita negli agghiaccianti ultimi minuti dell’ultimo giorno di scuola. Winter breaker solo, vuoto, inerziale, come le spring breakers di Harmony Korine. Sogna una fidanzata surfista che non c’è, non è mosso da pulsioni fisiche né economiche. Lui e i suoi libri su Bertrand Russell e Platone e La Logica e il Linguaggio in treno verso Sidney come verso la civiltà, per ritrovarsi preda di un gioco d’azzardo di doppie probabilità, due teste o due croci vincono o perdono, una testa e una croce si annullano in un delirante loop senza origine e destinazione. Annullamento come sottrazione di ogni punto di riferimento: nessun nascondiglio, nessuna via di fuga, la luce è ovunque, e lui nudo dentro. Uno sceriffo, la legge, a sfondare le sue permeabili certezze in un bar aperto ma fintamente chiuso, a presentargli i compagni di merende che gli svergineranno anima e corpo.

in trenoo

Sverginamento senza perdita dell’innocenza, ‘che niente è innocente. Discesa agli inferi in cui il denaro è scintilla e non movente, perchè a Bundayabba si può vivere con un solo dollaro, nessuna morale da comprare, birra e sesso e carne e morte for free forever. I canguri, le loro traiettorie – codici di geometria esistenziale – sono gli agnelli sacrificali di una dissennata verissima caccia notturna, un massacro tanto rituale quanto bifolco. Il faro del pick-up, ancora e ovviamente una luce abbagliante, a illuminare la lotta impari contro the big fellow, il canguro capobranco che non si piega al piombo infame dei fucili, va sgozzato in singolar tenzone.

canguro

La lama e l’orrore, sempre l’orrore, sempre cuori di tenebra in una terra sterile, che non è femmina feconda come non lo sono le due femmine che sole il maestro incontra nel suo viaggio tra branchi di maschi alfa. Kurtz è anche qui, ha le sembianze di un mentore etilico stupratore che non sarà ammazzato, qui è la parola che rivolge l’arma contro se stessa, perchè lei medesima è la causa del delirio, dici Sidney e capiscono city, di nuovo Bundayabba (“yabba” in gergo significa sproloquiare), e tutto ricomincia. Nemmeno capace di annullarsi è la parola, perchè basterà poco, una semplice perifrasi, un verbale bonariamente vergato dall’ineffabile sceriffo, a cancellare il sogno e a far sì che tutto torni polvere, con la ringkomposition del film che si chiude in forma perfetta, e il maestro che torna a Tiboonda, non luogo nel non luogo, per la fine del winter break.

zoccn

 

IL MIGLIOR FILM DI SEMPRE

Tutto, ma proprio tutto, sul film che Nick Cave una volta definì come il non plus ultra del cinema australiano. E il più terrificante

 

“Ma che problema ha? Preferisce parlare con una donna piuttosto che bere?”
“E’ un insegnante.”

con lei
1971: l’Australia si arrabattava per creare un patrimonio cinematografico nazionale, c’era un forte desiderio di cinema patriottico da esportazione. Un film girato da un canadese, scritto da un giamaicano e con due protagonisti inglesi (Gary Bond e Donald Pleasence), che diffondeva un’immagine degli Australiani così distopica, doveva necessariamente essere boicottato. E infatti Wake In Fright, dopo un’ottima accoglienza a Cannes (in corsa per la Palma d’Oro) e poi nelle sale francesi (dove restò per cinque mesi di seguito) ed inglesi, promosso dalla critica di tutto il mondo, fu un colossale flop in patria, anche a causa della pessima promozione della United Artists. Durante una delle prime proiezioni uno spettatore balzò in piedi urlando “Quelli non siamo noi!” e Jack Thompson (Dick nel film) gli rispose “Siediti, amico. Si che siamo noi!”. Anche in tv, dopo la prima messa in onda, scivolò nelle programmazioni notturne. Il fallimento al botteghino lo scaraventò in un oblio durato più di trent’anni. Il film, letteralmente, scomparve, trasformandosi in introvabile oggetto di culto, amatissimo da Nick Cave (“Il miglior film di sempre, e il più terrificante, sull’Australia”), che lo ha utilizzato, insieme a Pixote di Hector Babenco, in un reading londinese del suo libro And The Ass Saw The Angel nel 1989, traendone ispirazione anche per la sceneggiatura di The Proposition, il film di John Hillcoat ambientato nell’Outback di fine ‘800.

two up

WAKE IN FRIGHT: MORTE E RESURREZIONE
Nel 1996 Anthony Buckley, responsabile del montaggio, iniziò una annosa travagliata ricerca partendo per Londra, dove il film a suo tempo era stato inviato per l’assenza di laboratori del colore adeguati in Australia. Niente. La caccia era iniziata, il passaparola si diffuse e Buckley ricevette una telefonata da Dublino: una copia del film venne rintracciata e spedita a Sidney, ma era danneggiata e non si poteva restaurare. Le tracce del negativo originale portavano in un magazzino doganale di Londra. Alla richiesta di Buckley, il personale rispose “purtroppo la compagnia proprietaria è fallita, tutto il suo stock di pellicole è stato spedito a Pittsburgh una settimana fa”. Altri anni di ricerche, lavoro di squadra, indagini su acquisizioni e avvicendamenti al vertice della CBS (che aveva ereditato il materiale di Wake In Fright), finchè qualcuno si recò a Pittsburgh. E qui, in un camion a motore acceso e marcia innestata, in scatole metalliche con su scritto “FOR DESTRUCTION” spuntarono le 263 bobine del film. Quando le scatole furono aperte nella sede dell’archivio audiovisivo nazionale australiano, Buckley esultò: c’era tutto il necessario per restaurare il film, fotogramma per fotogramma. Nel 2009, dopo 38 anni, Wake In Fright tornò a Cannes, unico film nella storia insieme a L’Avventura di Antonioni a godere di questo doppio tributo, selezionato da Martin Scorsese e proiettato nella retrospettiva Cannes Classics. Al Sidney Film Festival, nell’incontro con il pubblico dopo la proiezione, un tizio chiese a Kotcheff: “Pensi che esista ancora il mondo che hai raffigurato 40 anni fa?” e la risposta del regista venne anticipata da un gruppetto in sala: “Se esiste? Esiste eccome, proprio dentro casa mia!”. Pellicola restaurata, ottime versioni DVD e BluRay, Cannes, Sidney; sembrava tutto pronto per sfondare al box-office australiano, invece fu un altro flop, solo 182esimo negli incassi del 2009, superato anche dal nostro Gomorra. A fine 2012, per celebrare i quarant’anni di vita della pellicola, i benemeriti distributori della Drafthouse Films la fecero tornare nelle sale statunitensi. A poco più di un mese fa risale invece la nuova edizione in DVD e BluRay della britannica Eureka! Entertainment, anticipata da un nuovo passaggio nei cinema di Inghilterra e Irlanda.
La storia del ritrovamento e del restauro è così avvincente che potrebbe essere oggetto di un romanzo, così come, per chiudere il cerchio, il film stesso è tratto da un romanzo (omonimo, di Kenneth Cook, sorta di Bukowski australiano).
Wake In Fright resta, nonostante le disavventure (casuali?) e la fredda accoglienza in patria, il seme più fecondo del cinema australiano. Da Peter Weir in giù, molti registi hanno dichiarato di essere stati ispirati dall’opera: “Wow, è possibile fare ottimi film in questo paese!” .

donald p

WAKE IN FRIGHT: IL CAST
Il film ha il volto indimenticabile di Gary Bond, il protagonista, apollineo come Jon Voight, dionisiaco come Val Kilmer. Nato nel 1940, inglese, figlio e nipote di militari, rifiutò la carriera marziale per la Central School of Speech and Drama di Londra. Di vocazione musical-teatrale (interpretò anche Che Guevara nell’Evita di Andrew Lloyd Webber), si affacciò sporadicamente sul grande schermo con un piccolo ruolo nel kolossal Zulu (1964), proseguendo con Anna dai Mille Giorni (1969) e Wake in Fright. Nella vita privata, ebbe una relazione con Jeremy Brett, lo Sherlock Holmes cinematografico per antonomasia. La sua carriera oscillò tra Broadway e infinite serie TV (da Blackmail, a Cuore e Batticuore) fino al 1995, quando morì stroncato dall’Aids.

sceriffo
Wake in Fright è stata l’ultima interpretazione di Chips Rafferty (capace di bere 25 birre al giorno sul set senza fare una piega), leggenda del cinema aussie, morto prima dell’uscita in sala, e la prima per Jack Thompson, destinato poi ad una lunga carriera (ha recitato anche ne Il Grande Gatsby di Luhrmann). Ma chi lascia davvero il segno è Donald Pleasence, in uno dei ruoli più memorabili della sua carriera e che qui interpreta il personaggio di un mefistofelico medico etilista che nel climax del suo delirioallucinatorio arriverà a sodomizzare il protagonista, in una delle scene più disturbanti del film.

WAKE IN FRIGHT: TUTTA UNA QUESTIONE DI BOTTE E CHECCHE

Ted Kotcheff, prima delle riprese, passò diverse settimane a studiare il comportamento della gente, sopratutto nei pub. Intervistò l’editore di un giornale locale, che gli aprì gli occhi su un dettaglio-chiave: nell’Outback australiano ci sono tre uomini per ogni donna. “Dove sono i bordelli?”, chiese Ted. “Non ci sono bordelli”. “E cosa fanno per avere un contatto umano?”. “Fanno a botte”.
Durante le riprese, una mattina il regista si accorse che tutti gli elettricisti e gli operatori di camera avevano gli occhi pesti ed un bel mucchio di lividi. Venne a sapere che la sera prima era scoppiata una rissa, quando uno degli elettricisti aveva chiesto, al bar di un hotel, del latte. Dopo la risposta del barman “Non serviamo checche” si scatenò il finimondo.
Probabilmente, quindi, non è solo la famigerata caccia ai canguri ad aver allontanato gli australiani dal film. Forse la vera causa è l’omosessualità travestita da cameratismo che aleggia per tutta l’opera, fino ad esplodere nello stupro ai danni di John. Ted raccontò di essersi cimentato, inevitabilmente, nel two-up, il doppio testa o croce che vediamo nel film (in una scena che innalza – o inabissa – il gioco agli stessi spaventosi livelli di autoannichilimento raggiunti dalla roulette russa de Il Cacciatore): lui, che all’epoca aveva l’aspetto di un hippie, fu tanto fortunato da ripulire le tasche di tutti i presenti. Si sentì costretto, per evitare che l’ostilità prendesse il sopravvento, ad organizzare una grande festa durante la quale pagò da bere a più di cento persone. May you dream of the devil, and wake in fright.

tiboonda

 

KANGAROO HOLOCAUST

Il massacro dei canguri era pratica legale nel 1971. Ogni notte ne morivano a centinaia, bersagli resi immobili dalla luce accecante dei fari e dal rombo dei pick-up. Scuoiati sul posto e subito conservati nei camion refrigerati che attendevano i cacciatori, i canguri diventavano carne per cani e gatti statunitensi e australiani. A Kotcheff è bastato piazzare una cinepresa sul tetto di un pick-up per ottenere le crudeli indimenticabili sequenze, che il montaggio di Buckley ha reso insostenibili. Si tratta comunque di una parte del girato, il resto non è stato incluso nel film: troppo orrore. Mostrare quelle immagini si è rivelato determinante per ottenere il divieto di ammazzare canguri per la pet food industry, con il plauso delle associazioni che lottano contro le crudeltà sugli animali.

L’ABISSO SECONDO MARTIN SCORSESE

scorsese

Dopo Wolf of Wall Street è più facile amare Martin Scorsese, ma il nostro amore ha radici che affondano nel passato, in quella archeologia filmica che lui solo ha saputo somministrarci come una salvifica pasticca di lemmon. Pensiamo a Viaggio nel Cinema Americano, a Viaggio nel Cinema Italiano, ma
soprattutto alla ribalta mondiale concessa al Wake in Fright salvato e restaurato, che Scorsese ebbe già modo di vedere a Cannes nel ’71 e che poi nominò “Cannes Classic” nel 2009, tributandogli l’esclusivo onore di una seconda proiezione festivaliera. Scorsese motivò così la sua scelta: ” E’ una discesa dell’abisso, un film cupo, destabilizzante, disturbante. Nel 1971 lo vidi e mi lasciò senza parole, inoculandosi sotto la mia pelle man mano che il viaggio del protagonista Gary Bond proseguiva”.

 

 

 

 

 

 

 

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4 pensieri su “Capolavori assoluti del cinema: WAKE IN FRIGHT

  1. Grazie.Complimenti per la recensione di questo cult. La scena in cui il doc sodomizza il protagonista nella versione che sono riuscito ad avere purtroppo manca. La maggior parte dei dati raccolti nel post arriva da Nocturno? è possibile citare parte del materiale che avete scritto?
    Vi ringrazio e buon lavoro!

  2. Complimenti per questa splendida recensione e x il blog sempre esauriente….avevo sentito parlare di questo film ma ieri sera l’ho visto finalmente ed è’ incredibile che sia rimasto nell’oblio tutti questi anni e per sempre qui in Italietta…Non ho parole!

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