A saudade do cinema brasileiro


L’estate 2014 è balzana, squassata dalle bombe d’acqua e ammorbata dai Mondiali di calcio, nondimeno porta seco un’irrefrenabile voglia di viaggio, di ricerca, di cinema esotico, brasiliano tipo. C’è stata invero una stagione, non molto lontana, nemmeno troppo vicina, in cui ci addormentavamo sull’amaca pensando che esistesse davvero un cinema brasiliano, erano gli anni immediatamente prima ed immediatamente dopo il World Social Forum, Porto Alegre e l’allegro Agnoletto. Pareva essere la nuova Arcadia dei radical chic, il Brasile, tra profumo di feromoni e puzza di povertà, in un’orgia di culi e colori per ogni gusto, la terra del Carnevale dove i borghesastri si travestivano da rivoluzionari con le maniche a sbuffo.

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Central do Brasil, più tardi Linha de Passe, in mezzo la folgorazione di City of God, e i colpi di mitraglietta delle Tropas de Elite. Ci sarebbe anche L’anno in cui i Miei Genitori Andarono in Vacanza, ma non credo se lo siano filato in molti.

City of God soprattutto: forgiò il genere favela-gangster, lanciò Meirelles nell’orbita del cinema occidentale e originò in Patria prodotti accurati, colorati ma del tutto innocui e dimenticabili, quali la serie tv City of Men. Il canone delle immagini grondanti umidità e sudore, pregne di colori e corpi saturi, non era in grado di resistere alla lunga, sfocandosi nell’estetica dei videoclip e dei commercials tipo Havana Club o Pampero. Tropa de Elite fu invece il primo dei favela-action, a metà tra cinema politico e il poliziesco, trafficanti e miliziani fascisti e governatori mangiapagnotte, ma sparò troppi colpi in troppe direzioni diverse, venendo colpito da un repentino oblio come da una pallottola vagante . Il protagonista di Tropa era Wagner Moura, grande attore, somigliante all’Hulk energumeno titolare della Selecao 2014. Wagner si è messo in testa di fare del buon cinema brasiliano di genere come attore e anche come produttore, spostando l’azione dalle favelas ad altri contesti di grande importanza simbolica e sociale. Ecco allora Serra Pelada, un notevole, conclamato insuccesso commerciale, solo 84mo al box office brasiliano del 2013, con un incasso da elemosina.

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Serra Pelada è il nome della più grande miniera d’oro del Brasile, scoperta nel 1980 in Amazzonia, che ha dato lavoro e morte a più di 100.000 disperati, i garimperos (minatori), tutti alla ricerca della pepita della fortuna. Il film segue le vicende di due paulisti amici dall’infanzia: Juliano, figaccio senzartennepparte, e Joaquim, professore precario con moglie gravida, che arrivano a Serra Pelada e da minatori miserabili diventano i signori di Serra Pelada, percorrendo con zelo e protervia le tappe del trionfo proletario, nell’ordine: colpo di fortuna poi violenza poi denaro poi violenza poi droga poi violenza poi femmine e femminielli poi violenza poi solitudine poi violenza poi caduta poi violenza poi redenzione. La storia ha una malcelata insopportabile velleità edificante, non starò qui a spoilerarvi, vi dirò soltanto che è molto riuscita nelle ambientazione, meno nello sforzo di rappresentare le mille e una e contraddizioni di un Paese in corto circuito tra ultrapovertà e desiderio di ordine e progresso.

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L’Eldorado è lontano, Serra Pelada manca di passione, anche di spontaneità, resta un quadretto dorato dove personaggi bidimensionali si lasciano agire senza convinzione, soprattutto senza quelle pulsioni istintive e vitali che ce li avrebbero resi simpatici. Il risultato è un film di riflusso, che va bene per qualche festival, ma non per noi.

Obrigado.

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Serra Pelada

Heitor Dhalia

2013

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