Il clero di Irlanda è dentro di te


Nella sempiterna tournée mondiale di Bergoglio, la più grande pop(e) star dei nostri tempi,  – è stato anche a Cassano allo Jonio ! – c’è un’area grigia, anzi verde verdissima, non toccata da tappa alcuna: l’Irlanda, verdissima per definizione , patria del trifoglio e al contempo culla del più tetro regno cattolico mai venuto sulla Terra. Molti di voi già ricordano Magdalene di Peter Mullan, e fanno benissimo: dire Chiesa in Irlanda significa dire decenni, secoli di soprusi, violenze, prevaricazioni, pedofilia in abito talare, crimini contro l’umanità totalmente impuniti, nascosti dall’omertà del tempo e dei governi, nella totale acquiescenza di Roma Satira e Satolla.

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Fight the Real Enemy, disse un tempo la cantautrice calva irlandese, stracciando in mondovisione la figurina di quell’altra pop(e) star che aveva rischiato di morire alla John Lennon, e per questo fu maledetta e cancellata, con lei il suo veemente atto d’accusa, ma negli anni successivi la sua potente voce fuori dal coro si fece vulgata, una verità tanto inconfutabile da diventare luogo comune.

Premessa, tratta da qui.

In Irlanda tra il 1995 e il 2011, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa cattolica locale e della Santa Sede, diversi magistrati sono riusciti a indagare e a dimostrare abusi compiuti da oltre mille religiosi su almeno 30mila bambini e adolescenti. Sgominando un radicato sistema di potere, “laico” e clericale, che per oltre 50 anni era riuscito a coprire le violenze e a garantire l’impunità ai responsabili. Uno dei Report governativi, quello redatto nel 2009 dalla Commissione Ryan, recita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, dopo la conclusione dell’ultima inchiesta – denominata Rapporto Cloney – il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune a denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo – sottolineò Kenny – tre anni fa soltanto, non tre decenni fa».

Ora, Calvary.

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Brendan Glesson, ma potrebbe benissimo essere il Philip Seymour Hoffman visto ne Il Dubbio, è parroco di campagna per nascondersi dal mondo e sfuggire al dolore, chè un tempo era marito e padre e l’alcool non bastava per dimenticare la morte della congiunta. La sua parrocchia è somewhere in Irlanda, ma lui non ne è la guida spirituale, anzi ne è capro espiatorio, svuotatoio delle frustrazioni e della violenza che ciascuno dei suoi parrocchiani porta seco. Un cattivo tenente con il clergyman, nichilista, iracondo, sadomasochista, tanto che un ignoto in camera caritatis gli svela di aver subito anni e anni di stupri da altro prete – appunto – e per vendetta trasversale lo condanna a morte, esecuzione in pubblica spiaggia da lì a 7 giorni. Lui allora vive giorni di inquietudine ma senza angoscia, parlando e parlando e parlando con uomini e donne dolenti – la comunità si direbbe, non fossero monadi alla deriva nella brughiera – e recuperando il rapporto con una figlia riemersa dalla sua vita precedente.

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Il film gronda di humour nero, anzi verde verdissimo come l’Irlanda, battute sagaci e fulminanti che cancellano ogni minaccia di giudizio morale, poi esplosioni di vita, che è anche disperazione, violenza, morte, e pietà. Pietà umana, non celeste, perdono davanti alle sofferenze che ciascuno decide di imporsi, sempre alla ricerca di sto significato, sto senso da dare a tutte le cose, l’inganno su cui si basano tutte le religioni della Storia, all’apice della loro ironia.

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Calvary è stato premiato nella sezione Panorama alla Berlinale 2014, la critica a Berlino lo ha descritto come un insolito thriller irlandese, in realtà è una commedia nera che John Michael McDonagh deriva dal cinema di certo Kaurismaki e certo Jarmush, ammesso che ciò che ho appena scritto significhi qualcosa. Il faccione paesaggistico di Gleeson riempie la più parte delle immagini, come nel precedente The Guard, film acclamatissimo (distribuito in Italia come “Un poliziotto da Happy Hour”, e davanti a questa traduzione invochiamo il castigo divino), anch’esso indagatore della solitudine e del nichilismo di un altro uomo-tipologia, lì il poliziotto qui il prete.

Accogliamo Calvary come una salutare rivelazione, e che Dio ce la mandi buona.

Calvary

2014

John Michael McDonagh

 

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