Grande cinema sotto l’ombrellone


Il ritorno di luglio è inesorabile. Uno si sollazza a pensare che un mese vale l’altro, invece no, luglio è un mese con i controcavoli, arriva e impone la sua legge biologica, la legge di luglio: occhi a mezz’asta, azzeramento cerebrale, inedia, dilatazione spazio-temporale. Anche io, che ho un grande potere da cui derivano grandi responsabilità, sento il mio cervello afflosciarsi, allora assecondo languidamente il riflusso e ripiego lemme lemme nella mia caverna, invulnerabile all’afa e sordo alle bombe d’acqua. Così, mentre il mondo esterno passa il suo tempo a declamare la grandezza e l’autorevolezza delle grandi serie TV, confondendo evanescenza e rivoluzione, io apro la dispensa del mio rifugio antiLuglio alla ricerca del grande cinema, che è stato e sarà per sempre, e ci trovo, ovviamente, William Friedkin.

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Riempite ora il rigo vuoto qui sotto come più vi aggrada:

Friedkin è …………………

Fatto ? Bravi, io dico semplicemente che Friedkin è ciò di cui ciascuno di noi ha bisogno, qualcuno ne è consapevole, altri meno, ma Friedkin è tutto, un tutto diverso da altri tutti che pure esistono nell’infinito del cinema.

Sorcerer è il film,  uno dei più sfigati, uscito con questo titolo stregonesco dopo l’esplosione nucleare dell’Esorcista, e, ovviamente, dilaniato dalla critica, lapidato dalla folla urlante, perché stregonesco non è, è un action filosofic-adrenalinic-mozzafiato, intimista persino. Ci sono 4 uomini in fuga, un banchiere, un terrorista, un agente segreto un gangster, c’è il Cile fresco di dittatura, c’è una missione impossibile nella giungla, una di quelle che la SDA o la Fedex non garantiscono, cioè portare un carico di dinamite instabile da un capo all’altro della foresta pluviale, in cambio di una vita tutta nuova. Sorcerer, aka Wages of  Fear, aka Il Salario della Paura. Come dire, un remake di un grandissimo film di Clouzot, girato come fosse un film di Castellari – che infatti venerava Friedkin – con la vertigine sovversiva della New Hollywood. Il massimo, del massimo.

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I 4 maldidos vengono da 4 angoli distinti del globo, seguiamo estasiati le mute traiettorie dei rispettivi destini convergenti, arriviamo in un lembo di Sudamerica paludoso e zozzo, che è una categoria dello spirito, come quel pezzo famoso di Sud Est Asiatico. Cuori di tenebra, ovunque negli anni 70, meglio delle menti di tenebra odierne.

Identità fasulle, nemici ovunque, e solitudini profanate da un gioco di coppia necessario, perché i camion da guidare sono 2 e loro sono 4. Friedkin il panteista guarda e riprende il mai ripreso: la forza arcana della pioggia torrenziale, il sacro inviolabile della foresta, il miraggio di solidità di un sentiero fangoso, la roulette russa di un ponte di corde sotto l’insostenibile pesantezza dei pachidermi a motore.

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Meraviglia tre le meraviglie, le riprese nei punti più perigliosi – ma dove diavolo ha piazzato la macchina da presa ? -, il cardiopalma di una ruota incastrata dentro travi spezzate, il terrore di un albero che la piena schianta contro il mezzo, l’assoluta follia di un indio mapuche che blocca il sentiero inscenando una danza di beffe, quindi di morte. E alla fine della strada, per chi ci arriva – doveva essere Steve McQueen, è dignitosamente Roy Scheider – non c’è Kurtz, c’è sempre lo stesso destino, il mostro a fauci spalancate che origina e termina tutto.

Il cinema. Con la musica dei Tangerine Dream.

ultima

Da IMDB.com: The film was originally to be titled “The Wages of Fear” from the original French film (Vite vendute (1953)) and novel. William Friedkin has stated that the strange title of this film refers to the evil wizard of fate

Sorcerer

William Friedkin

1977

 

 

 

 

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3 pensieri su “Grande cinema sotto l’ombrellone

      • Seguirò il tuo consiglio, volevo aggiungere che mi dispiace enormemente di non aver ancora visto il primo Vite Vendute di Clouzot, ma sto cercando di procurarmelo.

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