Il mio nome è William Keane


Stephen Soderbergh, cinquantunenne, non sta mai fermo: scrive e dirige i suoi film, occupandosi anche della fotografia (sotto lo pseudonimo di Peter Andrews) ed occasionalmente del montaggio. Ci ha donato diverse opere di buona fattura e due capolavori: Traffic e Behind The Candelabra.

Grazie Stephen.

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Soderbergh è anche un notevole produttore, e la sua iperattività è inversamente proporzionale alla mia pigrizia: ho scoperto Keane dieci anni dopo la sua uscita. SS ha prodotto Keane nel periodo di tempo passato tra Ocean’s Twelve e Bubble (che rappresentano perfettamente la sua oscillazione perpetua tra mainstream e cinema indie, anzi tra ultramainstream e ultraindie) e quando il regista, Lodge Kerrigan, gli ha inviato una advanced copy del film, Stephen-che-non-sta-mai-fermo non si è limitato a guardarla e approvarla: ne ha montato una versione alternativa, invitando Kerrigan ad usarla come avesse voluto, ma Kerrigan non l’ha usata affatto.

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Perchè all’epoca non era mica un pischello: quarantenne, un’idea di cinema chiara e forte, e due film già realizzati (Clean, Shaven e Claire Dolan) più un terzo abortito, andato distrutto accidentalmente. Dopo una tragedia simile, Lodge rischia grosso: Keane è girato live, senza stacchi e con il persistente pericolo di finire la bobina prima che la scena sia terminata, per non parlare del “pericolo-passanti”. Tensione su tensione, la sfida è vinta, e Keane è un capolavoro.

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Kerrigan piazza la camera a mano addosso a William Keane, azzerandone la distanza con il nostro sguardo, eliminando le barriere rassicuranti che il cinema carino si preoccupa sempre di mettere tra un soggetto mentalmente disturbato, schizofrenico, borderline, e noi. Noi persone apparentemente equilibrate, noi che non parliamo da soli per strada, noi che sorridiamo a chi ci guarda. Noi, in definitiva, che siamo convinti di poter tenere a cuccia i fantasmi. Finchè non torniamo a casa a piangere da soli, o fino a quando un trauma non ci fa crollare in ginocchio. Il regista avvicina il nostro sguardo a Keane, ci fa cogliere anche il suo fiato, la sua ansia diventa la nostra, e lo seguiamo con gli occhi sbarrati, incapaci di distaccarcene: Keane è solo un centimetro oltre, noi siamo ancora in bilico, lui è un centimetro aldilà della linea immaginaria di confine.

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La tensione non cala mai, nemmeno per un istante, mentre ci chiediamo se la piccola figlia scomparsa sia mai esistita – la disperata ricerca della quale riempie la prima metà della pellicola, assolutamente mozzafiato – storditi dalla interpretazione magniloquente di Damian Lewis, che vaga per una New York straniante – e perlopiù sotterranea – parlando a voce alta, incoraggiando sé stesso, dandosi istruzioni, ordini, avvertimenti.

keane piccola

Tutta la veemenza e la determinazione, sia pur psicotica, generate dall’amore per la sua figlioletta perduta (o, più probabilmente, dal bisogno straziante di avere, amare, proteggere e servire una figlia) nella seconda metà del film cambiano bersaglio, scopo, destinatario.

William incrocia la strada di una madre e della sua figlia (interpretata con tenerezza estrema da Abigail Breslin, che due anni dopo, in Little Miss Sunshine, sarà completamente diversa e assolutamente odiosa) in difficoltà, che da quel momento diventano la sua ragione di vita. L’ancora, instabile e pericolante, alla quale Keane si aggrappa, vuole disperatamente aggrapparsi. Incapace di fare del male, capacissimo di amare ed accettare il conforto che la piccola manina di Kira gli offre. Conforto che non trova nell’alcool, nella coca, nel sesso casuale, nella sua canzone preferita nonostante si arrampichi su uno sgabello per appiccicare l’orecchio all’altoparlante.

keane manina

A causa dell’ossessione mondiale indotta dai media dopo l’11 settembre del 2001, in molti all’epoca dell’uscita di Keane ne hanno parlato come dell’ennesimo film post-11 settembre. Per questo ringrazio la mia pigrizia, vederlo a distanza di anni mi ha preservato da simili idiozie.

(Il rapporto con Soderbergh non si è fermato: Kerrigan dirigerà, in coppia con Amy Seimetz, una serie tv basata su The Girlfriend Experience.)

 

Keane

Lodge Kerrigan

2004

 

 

 

 

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