Grande musica sotto l’ombrellone


Non fate il mio stesso errore. Non ascoltate questo disco in auto. Non alzate il volume a palla, come ho fatto io. Eviterete le conseguenze che ho dovuto fronteggiare, solo e disarmato. E’ iniziato tutto con un puntino nel cielo, che ha catturato la mia attenzione. Un puntino che è andato via via crescendo, diventando prima una strana palla, poi una figura inquietante, poi è cresciuta ancora di più, si avvicinava e puntava dritta verso il mio parabrezza. Quando la figura si è fatta più nitida, ho messo a fuoco l’inverosimile. Era una spirale umana di druidi, ognuno dei quali teneva le braccia scheletriche alzate, e strette nelle mani le caviglie del druido seguente. Tutti vestiti con abiti svolazzanti identici, rossi a pois gialli, e tutti indossavano scarpe da donna col tacco. Sorridevano e mi fissavano con occhi bianchi.

Ormai lo sapete tutti, è pazzo. Completamente pazzo. E approfitta di ogni pretesto per sciogliere le briglie di quel che resta del suo cervello. Cercherò di evitare ulteriori deragliamenti psichici, focalizzandomi sull’intento di questo post, che è quello di segnalarvi un disco splendido: il tributo ai Doors che ha messo insieme il meglio o quasi della scena indie-psych contemporanea. Cominciamo dalla delusione, parziale, ma pur sempre delusione, per le assenze: resta l’amaro in bocca ad immaginare cosa avrebbero combinato alle canzoni dei Doors entità come Brian Jonestown Massacre, Goat, Black Mountain.

doors

Il cielo non aveva cambiato colore, non era diventato minaccioso, non emanava luci accecanti. Il cielo, semplicemente, non c’era più. Vedevo solo la spirale di druidi, che si era fatta più vicina, vedevo le loro labbra tremolanti all’unisono, i vestiti identici svolazzavano tutti nella stessa maniera, e il mio cervello mi

Scusate, è riuscito a sorprendermi di nuovo. Per fortuna ho sempre con me un manganello con l’anima, lo sapete che sono un tipo spirituale, un ricordino di Genova che conservo da tredici anni. Ora dovrebbe restare tranquillo per un bel po’. Torniamo al disco, e ascoltiamone qualche brano. Ricordate gli elicotteri, il profumo di napalm, Kurtz? Beh, The End non era, non è, solo apocalisse. Ci pensano i Raveonettes a ricordarci che era, che è, anche, una grande canzone. Da Top Ten, a dirla tutta.

Non ho ancora deciso qual’è la mia cover preferita della raccolta, ma la versione tossicissima di L.A. Woman eseguita dagli Elephant Stone, sitar come se piovesse ed una coltre di fumo che ricopre e deforma ogni nota, concorre di certo al premio.

Un druido mi ha colpito, non dovevo parlarne. Ora so che sarò perseguitato in eterno dai druidi ultrakitsch, ed ogni volta che li citerò la maledizione si abbatterà sulla mia testa malandata. Stavo cercando di raccontarvi cosa mi è successo, ma sono un tipo superstizioso e non voglio che i druidi mi rovinino l’esistenza. Vi dico solo che le visioni indotte dal disco mi hanno fatto mancare l’uscita dalla tangenziale, ho dovuto fare dieci chilometri in più prima di capire dove fossi finito, ed è pure finita la benzina. Non ascoltate questo disco in auto! O se proprio dovete, evitate almeno questa:

 

o vi troverete a fronteggiare un esercito di cavalieri nella tempesta usciti paro paro dall’Armata Delle Tenebre. Io vi ho avvisati. Ciao.

Finalmente si è tolto dalle palle. Tornando al disco, le versioni di Love Her Madly e Roadhouse Blues, realizzate rispettivamente da Geri X e VietNam, sono vicinissime all’inutilità e prive sia di idee che di vibrazioni tossiche. Innocua e piacevolmente annoiata è Love Me Two Times eseguita dai Psychic Ills. Leggermente meno inutile è la versione strumentale (!) di People Are Strange, con la quale i Camera almeno osano un minimo. A proposito di osare, i campioni sono i Clinic: la loro Touch Me è la rilettura più dissacrante, ovviamente tra le migliori della raccolta: loro osano talmente tanto che Touch Me diventa, assolutamente, un pezzo dei Clinic.

Notevole e curioso lo sforzo di Alex Mass, voce dei Black Angels, che di solito è talmente vicino al timbro di Jim Morrison da mettere i brividi. Nella loro splendida Soul Kitchen, fa di tutto per allontanarsene, con un effetto straniante e fascinoso:

Promossi senza entusiasmo i Sons Of Hippies (The Soft Parade), a strappare gli applausi ci pensa Hello I Love You trattata dai Dark Horses, strabordante fluidi lisergici lussureggianti.

La versione più tossica dell’album, tanto tossica da giustificare quasi i deliri del mio folle socio, l’hanno messa a segno i Dead Meadow con The Crystal Ship:

Si fanno piacevolmente prendere la mano, in realtà, e riverberi e dilatazioni prendono quasi il sopravvento rischiando di far deragliare del tutto la canzone.

Non era per niente facile approcciare Light My Fire senza rischiare il fallimento, e gli sforzi compiuti dai Wall Of Death meritano la nostra benedizione. Senza grossi stravolgimenti, la loro rilettura ha una dignità e un pizzico di personalità. Bravi, figlioli.

Provate a infilare questo disco nelle cuffie, alzate il volume al massimo e sdraiatevi sotto l’ombrellone. Non so dove vi risveglierete, ma vi prego di raccontarcelo.

 

Various Artists

A Psych Tribute To The Doors

2014

 

 

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