Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo


Nocturno è in edicola anche d’estate, compratelo. E se avete la sensazione che strani bagliori fuoriescano dalle pagine, non preoccupatevi: il dossier, pregno di rivelazioni inquietanti, riguarda gli Alieni Cattivi. Guida al cinema delle più spaventose intrusioni extraterrestri.
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A noi, teneri agnellini impauriti, è toccato per fortuna occuparci di quelli buoni.
LE MACCHINE COSMICHE DELLA DIVINITA’
La mistica come chiave di lettura del capolavoro di Spielberg Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, dove gli alieni sbarcano dalla Grande Luce come concrezione del peace & love…
Nel 1977 fu scoperto il planetoide Chirone (Chiron 2060), una via di mezzo tra un asteroide centauro e una cometa periodica in orbita tra Urano e Saturno, e le porte della percezione si spalancarono. Chirone avrebbe brecciato il velo di Maya, ricomponendo la fittizia dualità di corpo e psiche nell’indivisibilità dell’individuo, che è tutt’uno con l’Universo, perché tutto è in relazione, tutto è connesso. Nel medesimo anno, ci fu chi non fu lambito dall’avvento di Chirone, originando l’epos di Guerre Stellari con la rabbia marziale di un vecchio plutoniano; ci fu invece chi, inconsapevolmente?, rottamò Plutone per abbracciare la nuova pax centauriana, creando Incontri ravvicinati del terzo tipo. Non siamo impazziti, è che il film di Spielberg ha alimentato un florilegio di interpretazioni misticheggianti in cui l’astrologia e la filosofia new age spadroneggiano, appropriandosi di un’opera che vive di simboli religiosi, di riferimenti metafilmici e di una numerologia pregnante e pervasiva.

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Fuori dai fumi dell’ashram, Incontri resta un grande manifesto neoumanista panteista, che deriva per diretta discendenza dalla fantascienza del maestro Bradbury e di Destinazione Terra (They Come from Outer Space di Jack Arnold), rivista attraverso Wise e Ultimatum Alla Terra (The Day the Earth Stood Still), contestualizzata in epoca tardo-hippie. La visione dell’extraterrestre come babau offensivo orrido ostile, topos della Guerra Fredda, lascia il posto all’epifania di esseri sciamanici latori di un messaggio di pace e amore che è la Shangri-La dell’eterna giovinezza. Esperienza, conoscenza e connessione con gli alieni permettono il raggiungimento dell’elevazione, ascensione fisica (la scalata della Devil’s Tower) e mistica (la abduction finale nella mother ship) insieme. Più o meno gli stessi fondamenti del mercerianesimo caro a Philip Dick (Do Androids dream of electric sheep?, 1968), la salita come sublimazione del proprio potenziale ascetico per la realizzazione individuale e collettiva agognata, a riprova dell’esistenza di un humus ascetico filosofico diffuso nella controcultura americana.

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Tutta spielberghiana è invece la riflessione sull’alienitudine come declinazione dell’alienazione: se l’alieno è l’altro da sè, differente dal comune senso dominante per provenienza o per modo di essere, l’alienato viene ad essere colui che ha visto la Luce, il protagonista Roy Neary. Padre irresponsabile e bamboccione, fanatico di Pinocchio e dei trenini, è un Jack Torrance benigno, vive in un altrove psichico psicotico teleguidato da un’entità che lo spinge a riprodurre ovunque ed all’infinito la montagna del contatto. Jillian Guiller, l’altra eletta, è una ragazza madre, discinta languida e scapestrata. Alienati pertanto sono i messaggeri, mentre infanti sono i vettori del contatto: bambino è Barry, il primo ad essere soggetto (non vittima) di abduction nel film, e anche Elliot del successivo E.T. lo è, bambini sembrano anche gli extraterrestri polidattili all’apice della loro manifestazione. Le creature disegnate da Carlo Rambaldi seguono l’iconografia tradizionale, somigliano al famoso cadavere alieno dell’Area 51, e non hanno nell’aspetto nulla di minaccioso, anzi, la moltiplicazione di dita e falangi sembra voler moltiplicare le opportunità di contatto. La collaborazione tra Rambaldi e Giger era ancora al di là dal venire, siamo quindi agli antipodi degli umorosi esseri fallico-vaginali che tormenteranno la vita di Ripley ed i sogni degli anni 80.

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the god machine

Nel tripudio delle mille luci dell’immensa nave madre gli umani cercano disperatamente di soddisfare la mistica voglia di infinito, il desiderio struggente dell’immortalità; proviamo una palpitante ammirazione (invidia) per i ritornanti scomparsi decenni prima, che scendono incolumi e affatto invecchiati dall’astronave, percepibile come tempio o addirittura come varco per l’aldilà: le luci e le ombre che colmano lo sguardo dello spettatore quando il portellone è calato ricreano l’atmosfera onirica delle cosiddette “testimonianze” di chi ha visto il tunnel, la luce, prima di risvegliarsi dal coma. Spielberg descrive la parte finale del film (in un’intervista del 1977) come “orgasmo visivo, orgia”. Eppure conferisce fervore mistico e religioso ai concetti fanciulleschi di curiosità, scoperta e stupore, oltre che di attrazione per l’ignoto, rappresentandoli in maniera efficacissima negli occhi colmi di speranza (“this means something”) dei testimoni terrestri dell’Evento: le loro espressioni sono le stesse di chi crede di assistere alla resurrezione o a qualche miracolo. L’approccio spirituale è totalmente differente, ad esempio, da quello delle saghe di Star Trek e Guerre Stellari, nelle quali il cammino avventuroso dell’uomo ha sempre il destino segnato dall’incontro con Dio. Paradossalmente però, nel film di Spielberg i riferimenti ai testi sacri (biblici perlopiù, ma non solo), sono molti e chiarissimi, a cominciare dal film I Dieci Comandamenti di DeMille trasmesso sul piccolo schermo in casa di Roy.

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La luce accecante che illumina le strade del midwest, proveniente dalle astronavi, rimanda ovviamente alla luce che avrebbe folgorato Paolo sulla via di Damasco. La luce inoltre ustiona il volto di Roy, proprio come Mosè di ritorno dal monte Sinai. Quando la vita di Roy va a rotoli per la sua ossessione, non è difficile notare le analogie con la necessità, per i discepoli devoti, di abbandonare tutto per seguire il messia. Il richiamo della montagna sacra sembra attirare i fedeli, proprio come i muezzin alla moschea. Il coro dei pellegrini indiani ““Ah yah, Ah yah ye” sembra fare il verso al tetragramma biblico (Yodh-He-Waw-He) che Spielberg citerà ancora in Indiana Jones e l’ultima crociata.

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Gli spiriti inquieti, affamati di verità, di Roy e Jillian non si baciano per l’inizio di una apparentemente banale passione folgorante o una improbabile relazione amorosa. Il loro bacio è espressione di gioia pura ed entusiasmo per aver trovato e riconosciuto il compagno di viaggio, il fratello d’anima che va nella stessa direzione. I due sono accomunati anche dalla perdita (in forme differenti) della propria famiglia a causa degli alieni.

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Incontri ravvicinati è forse solo una (incredibilmente affascinante) favola, che persino dopo più di tre decenni riesce a rapire anche lo spettatore più smaliziato. Come una studiatissima operazione di marketing da un lato ci fa tornare tutti bambini curiosi, dall’altro mette in scena per mezzo di immagini innegabilmente mistiche e religiose, la volontà irrefrenabile di credere. All’esistenza degli alieni, di una o più divinità, del grande complotto, o di qualsiasi altra entità. E quando Roy sale sulla spaceship siamo senza dubbio spettatori di una abduction, anche se realizzata con gentilezza e tanti buoni sentimenti. L’alienato Roy e l’intelligenza aliena nella sua testa, la cattedrale spaziale, l’illuminazione ancestrale: sembra di sfogliare le pagine di Dianetics. Sarà mica uno spot ben riuscito per Scientology?

 

 

 

 

 

 

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