The Rover. Australia Rising


Arbusti, acacie, magici mastodontici monoliti. E caldo, sempre, e polvere, ovunque. Il mio paesaggio mentale è il grande deserto australiano, l’Outback, inesorabile fuor di umana consolazione. Ci sono arrivato dopo qualche peregrinare, il Caribe prima, il Borneo poi, l’Europa nel mezzo, ci ho trovato la luce della follia, quella della mia mezza età. E ora The Rover, Di David Michod.

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David Michod è un regista australiano, quello di Animal Kingdom, immenso ed esiziale. Australiano come John Hillcoat, Baz Luhrmann, George Miller, Rolph De Heer. Tutti con gli occhi pieni ed il cuore vuoto di Outback, tutti a raccontarci storie di Outback. The Road. Australia. Interceptor. The Tracker. Figli bastardi di Ted Kotcheff, un americano in Australia, del suo Wake in Fright che da 40 anni divampa nella storia del cinema, leggete qui se non lo avete ancora fatto. Kotcheff ha guardato l’Outback come nessuno prima e nessuno dopo, lui ha lasciato la traccia da seguire, loro la hanno seguita, trovando solo a volte la via.

The Rover.

2

L’Outback è lo scenario dopo la grande Apocalisse mondiale, economica o sociale o militare non è dato sapere. Prefabbricati cadenti popolati da cinesi mandarini, anziane maitresses, giovani deflorati. Tutto comincia dove la legge finisce, ci sono uomini in fuga e c’è un ragazzo abbandonato morente, invece solo ferito, che incontra un lupo solitario. Il ragazzo è Robert Pattinson, già ripulito da David Cronenberg e qui affannatissimo a consacrarsi attore vero. Il lupo solitario è Guy Pearce, dolente e silente per il più tempo, monotòno e cavernoso nelle poche parole dette, a caccia dei ladri della sua auto. Il viaggio dei due è tra solitudine e rovine, senza coordinate certe. La violenza esplode fuori controllo, pistole ammazzano uomini e donne inerti come fantasmi, colpevoli e innocenti hanno lo stesso destino. Che è il viaggio di ognuno verso l’orrore, la solitudine del vuoto, la fine della pietà, la fine della ragione.

La luce della follia.

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Tutto questo, appunto, è già visto, in tutti i film già citati, e prima e meglio in Wake in Fright. Michod realizza un’opera derivativa nella sua totalità, segue le tracce con zelo e diligenza, non si accorge che è una falsa pista e finisce in visioni desertiche, lontane dall’anima dell’Outback come da  un miraggio irraggiungibile.

Restano le sonorità perturbanti, resta lo straniamento della narrazione. Il pensiero va a Valahalla Rising, lo strano oggetto filmico di Nicholas Winding Refn, e ai cuori di tenebra che non smetteranno mai di pulsare.

– It’s over. It’s over for you.

– I know that.

– That’s good that you know that.

– Do you know it, too?

– Oh, I know it, champ. I told you it.

– Do you know it’s over for you, too? Whatever you think’s over for me was over a long time ago. I’m asking about you.

– Are you threatening me?

– A threat means there’s still something left to happen

 

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