Joe Lansdale va al cinema


A ciascuno il suo, dicotomicamente parlando: Stephen King è letteratura, Joe Lansdale è narrativa di consumo. Lunga vita al Re ed ai suoi capolavori, che in vertiginosa successione marchiarono la mia tremebonda adolescenza, introiettati in 32 mesi e non di più: cujo carrie christine la macchina infernale le notti di salem shining misery ossessione unico indizio la luna piena la lunga marcia a volte ritornano la zona morta scheletri l’ombra dello scorpione pet sematary l’incendiaria gli occhi del drago le creature del buio e poi stop. Invece, Lansdale. Fu una piacevole scoperta dell’età adulta, compresi che l’autore era validissimo ma senza i segni del genio, per altri valeva la pena avere imparato a leggere. E’ che costui ed il Re affondano le radici nella palude limacciosa degli anni 80, ma mentre King ha messo piedi e mani nude in quella melma ignota pescandone creature mostruose, incubi e deliri che sono gli Stati Uniti e sono questo schizoide Occidente dell’oggi, l’altro  ha calzato stivali e guanti, attento a calcare  percorsi già tracciati con eleganza e leggerezza, senza avventurarsi in antri incogniti. E anche la Notte del drive-in, il suo capolavoro, sfuma allegramente nell’eco di parole già vissute.

Cold in July è un suo romanzo che non avevo letto, ora film grazie a Jim Stake Land Mickle, regista dell’avanguardia indie horror americano, con una marcia in più rispetto ad altri più celebrati come Larry Fessenden ed Adam Wingard.

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 Siamo negli anni 80, c’è una famiglia normale americana squassata da una history of violence, lui uccide accidentalmente un topo d’appartamento, da lì gli eventi precipitano. Il padre del defunto (Sam Shepard) che vuol farsi giustizia, la realtà che non è come sembra, il complotto della polizia, le videocassette e gli snuff movie, l’investigatore privato (dico, Don Johnson !) con gli stivali rossi, una macchina Mercury, spari spari tanti spari, tanto sangue.

2

C’è anche una colonna sonora strepitosa partorita da Jeff Grace, che alterna sonorità elettroniche alla Tangerine Dream – il suono degli anni 80 – a melodie e ballads dissonanti contro le immagini accompagnate. Quando vedo un film così, sono occhi e corpo negli anni 80, ma la domanda che mi pongo è se voi, giovani amici, che quegli anni non avete vissuto, che siete cresciuti con il Torture Porn e  il Torture POV e gli Enigmisti, se voi possiate provare il brivido glitterato di epoche remote. La risposta è positiva, nel vostro DNA c’è impressa la visione inconscia di Carpenter, Cronenberg, De Palma – che trassero dal Re, non dall’altro, alcuni capolavori, Christine Carrie La Zona Morta, a riprova che il genio accomuna – ed in Cold In July ritroverete questi maestri.  De Palma soprattutto, la sua camera distorta, il working class hero e gli energumeni assassini, la visione in VHS di omicidi a luci rosse, il disotterramento di salme decomposte e  le doppie personalità.

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Ma Cold in July non è (solo) archeologia né (solo) filologia, è un film vivo di passione e di stile, aggiornato con il neonoir già di Refn, arricchito con il sorriso acido delle grandi serie TV americane contemporanee, non a caso il protagonista principale è il volto di Dexter e Six Feet Under. Una boccata d’aria fresca per giovani e non più giovani, forse l’inizio di una nuova generazione di thriller.

E se vi sembrerà un ottimo film, ma non un capolavoro, beh, ricordate che il romanzo da cui è tratto e di Joe Lansdale, non di Stephen King. Appunto.

Cold in July

2014

Jim Mickle

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