The Knick, Steven Soderbergh. Premiere Dikotomiko


I serial sono tanti, milioni di milioni, ce ne sono di perfetti e di atroci, ma è sempre un bello ed ampio scegliere. I rottamatori con l’Alzheimer parlano di morte del cinema, perché oramai i migliori registi lavorerebbero solo sul piccolo schermo (altro che piccolo,  è la quarta parete domestica), ma i migliori registi hanno sempre lavorato, anche e non solo, sul piccolo schermo, pensate a Linch, a Mann, a Cassavetes, a Demme, a Comencini, a Damiani, a Von Trier. E’ vero, cambiano e crescono i budget, ma non è la quantità di denaro che fa il pregio di un’opera, al cinema come in TV: è la visione proposta. Oggi parliamo di The Knick di Stephen Soderbergh, in onda sull’americana Cinemax, lo facciamo con entusiasmo smodato, in quanto The Knick è, senza tema di smentita, una delle migliori serie di sempre.

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Soderbergh è il classico talentone buono per tutte le stagioni, 30 anni di piena e significante attività. Ognuno di noi, ha un pezzo di Soderbergh nel cuore, El Che Traffic Erin Brockovich Ocean’s Eleven Contagion Magic Mike Sesso Bugie e Videotapes. Molti non gli hanno perdonato il tentativo di replicare Solaris, ma quegli stessi molti sono rimasti estasiati da Behind the Candelabra, il film (per la tv, appunto) più sconvolgente del 2013. Il suo genio porta ad unità la dicotomia tra regia e messa in scena, perché la presenza registica è sì evidente e dominante, con movimenti di macchina virtuosi, cambi di registro, scelte della soundtrack, ma sempre al servizio di un lavoro certosino sugli e degli attori. Gli attori, il corpo degli attori, sono il territorio filmico di Soderbergh, dalla più classica alla più sperimentale delle sue opere, che si parli di un’immensa diva come Kate Winslet o di una pornostar come Sasha Grey. In The Knick c’è Clive Owen, protagonista e produttore: redivivo Clive, un attore bruciato dalle luci della ribalta, dopo I Figli degli Uomini e Closer pareva  auto-marginalizzato. Qui,  invecchiato e trasfigurato, è il dott.Thackery, primario genialoide chirurgo del Knickerbocker, ospedale per poveri nella Manhattan di inizio 900. Lungi dall’essere un filantropo, è un cocainomane bucato dalla testa ai piedi, si inietta roba anche nell’uretere,  e lo sguardo sui suoi piedi collassati in una fumeria di Chinatown apre la prima devastante puntata della serie. C’è qualcosa del poco memorabile Jack lo Squartatore (From Hell, 2001), quella Londra vittoriana sembra questa New York, così sordida e zozza e disumana come non si era mai vista, nemmeno in Gangs of NY al cinema e in Copper alla TV.

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La grande mela germinava di vermi, era disumana, razzista, sofferente di sifilide e aborti clandestini.  Soderbergh narra la sua American Horror Story, il dolore attraverso l’esibizione dell’orrore, mostrando una notevole ed imprevedibile vena gore: sale chirurgiche come sale da macello, sangue infetto che cola, contagio, morte, ovunque morte. La musica elettronica creata da Cliff Martinez (quello di Drive, Only God Forgives, Contagion, Traffic) stride con la fenomenologia del quotidiano sopravvivere, lo stesso stridore generato dal contrasto tra il rispetto estremo per maniere e convenienze, tipico di una società neopuritana, e le atrocità compiute e accettate da tutti. The Knick è un medical drama, come tale guarda al genere e alla visionarietà di Nip and Tuck, cui si richiama nella rappresentazione di forme primitive di chirurgia estetica, e va ancora più in alto. Forte di un’eleganza estrema, quasi insostenibile, Soderbergh lenisce con macabra ironia le ferite del cinsimo, ma non c’è cura, nessun rimedio, perchè attraverso gli individui parla della nascita – illegittima- di una nazione, avvenuta tra ratti ed escrementi, nell’umidità rancida di un sottoscala.

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