Consigli di lettura: Madre Notte, ovvero Howard Campbell e il destino del mondo


Ripudio le citazioni, odio muovere le labbra o la penna indossando parole usate. Farò un’eccezione. Così parlò Woody Allen sull’Olocausto: “Non discuto il fatto che ammazzare 6 milioni di Ebrei fosse un record, mi preoccupa solo che i record sono fatti per essere superati”. Per esempio, ad Hiroshima in un colpo solo morirono 129.558 persone, ma forse non fu un record, perché mesi prima c’era stato il bombardamento di Dresda da parte delle truppe alleate, a causa del quale morirono tra le 25.000 e le 250.000 persone (la cifra esatta è oggetto di revisione e revisionismo da parte di apposite commissioni di studio). Balla uno zero insomma, ma se le vittime fossero decine o centinaia di migliaia poco importa, ciò che importa è che Dresda fu rasa al suolo in modo certosino, prima dalle bombe, a seguire da plotoni di alacri fanti che bruciarono con i lanciafiamme gli inermi cittadini superstiti, chiusi come topi nei rifugi antiaerei. Bastava spalancare le porte dei rifugi, affacciarsi sull’uscio e dosare forza ed intensità della fiamma. Tabula rasa, carbonizzata. Secondo la Storia, quegli sterminatori in uniforme non sono colpevoli, eseguivano ordini e combattevano in difesa del Bene, comunque non sarebbero più colpevoli delle loro vittime, che accettarono Hitler più o meno pronamente, più o meno entusiasticamente. Se tutto ciò vi sembra folle, o raccapricciante, o sbagliato, beh, così è la guerra, sempre.

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Ho vissuto il bombardamento di Dresda grazie a Mattatoio Cinque di Kurt Vonnegut. Mi ha cambiato la vita, perché un romanzo che ti spalanca le porte dell’inferno ti cambia la vita. Vonnegut è uno dei più grandi scrittori di sempre, per me è un autore rifugio, lo leggo quando non sono in vena di avventurarmi in terre incognite, ma ogni volta esorbita dalle mie aspettative, mi esplode dentro e mi sconvolge. Gli stessi effetti di Dick, Ballard, Bradbury, profeti o cassandre che hanno ucciso e poi sviscerato l’Idra – la Seconda Guerra Mondiale – traendone infausti e veritieri presagi. Ho appena finito di leggere e di vedere Madre Notte: prima il romanzo poi il film.

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E’  la storia tragicomica di un commediografo americano; Howard W. Campbell Junior, divenuto voce radiofonica della propaganda nazista e al contempo spia (meglio, latore di messaggi cifrati a lui stesso ignoti) degli USA a Berlino. Il personaggio sarebbe frutto della fantasia di Vonnegut, parzialmente ispirato da persone ed eventi reali. Attraverso le sue memorie, scritte in un carcere israeliano prima di essere processato per crimini contro l’umanità, Vonnegut racconta la sua verità sulla guerra.

Qui una digressione è d’obbligo: ho sempre venerato Simon Wiesenthal e gli altri cacciatori di bastardi nazisti, quello che non mi spiego è il diritto che Israele si è arrogato di sostituirsi ai tribunali internazionali e di poter processare sul proprio territorio i criminali di guerra nazisti, come avvenuto con Adolf Eichmann. I crimini di guerra, tutti gli Olocausti, sono crimini contro l’umanità, non contro cittadini di un determinato Stato, che nel caso di Israele è nato successivamente al compimento dei crimini stessi. A meno che non si voglia sancire di fatto che essere Ebrei equivalga ad essere Israeliani, ma ciò è errato (Stato non è sinonimo di razza o religione) e variamente confutabile, basti pensare che io sono libero di condannare Israele per la detenzione di armi nucleari e per le sue azioni militari sui civili di Gaza, non per questo posso essere definito antisemita. Fine della digressione.

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La verità di Vonnegut sulla guerra, dicevo. La guerra è una rappresentazione, una messa in scena in cui ognuno è altro da sé pur essendo perfettamente in sé, perchè in fondo non è la morale o il sistema di leggi che determina il modo di agire, ma la volontà individuale, il cervello, in definitiva anche il cuore. La guerra non è solo credere obbedire combattere, è svegliarsi, lavorare, mangiare, amare, morire in definitiva o sopravvivere. La guerra non ha un senso in sé, ma tanti sensi per ciascuno degli individui che la agiscono o subiscono. Finita la guerra, non finiscono odio, vendetta, violenza, e non finiranno mai, perchè anche questo è essere umani.

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Durante la guerra, Campbell vomitava la sua propaganda antisemita, credeva persino nel suo odio e nelle sue menzogne, ma in cuor suo fingeva di pensare che fossero solo – solo – parole, il senso della sua vita era il grande amore romantico per la moglie tedeschissima Helga, la loro unione di anime, “Nation for Two”, poi la guerra finì. Dismessi i costumi di scena, ognuno tornò a (tra)vestirsi come meglio gli pareva, come sempre i vincitori lavarono tutto con il sangue dei vinti, così va il mondo. E Campbell, la cui missione di spionaggio era talmente vitale da essergli ignota, si ritrovò a New York, a vivere un’esistenza assoluta perché priva di senso, nessuna missione, più nessuna moglie, dead man walking in mezzo ad una sarabanda di freak fantasmatici: il Fuhrer Nero di harlem, il dentista razzista, la gioventù ariana americana, le spie russe. Tra colpi di teatro (il ritorno della moglie dal passato) e intrighi internazionali, il racconto di Campbell finirà nell’unico modo possibile, nella consapevolezza che il viaggio al termine della notte non finirà mai.

Il film, girato con scrupolo e devozione filologica, è una buona visione del racconto di Vonnegut. Menzione speciale per Nick Nolte, nelle vesti di Campbell, per John Goodman, nelle vesti dell’agente segreto americano , e per una giovanissima Kristen Dunst, irriconoscibile  nel ruolo della piccola sorella di Helga, guardate qui.

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Nothing would have delighted me more than to prove you were a spy.

Now I couldn’t care less if you are a spy.  Do you know why?

Because now I know that even if you were a spy,

You could never have served the enemy as well as you served us.

All the ideals that make me proud of being a Nazi,

They came not from Hitler, not from Goebbels, but from you.

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