Sion Sono e l’adolescenza inquieta


Televisione. Due spot di compagnie assicurative, uno di seguito all’altro. Evidentemente il cartello ha regole ferree anche per quanto concerne l’acquisizione di spazi  pubblicitari. Nel primo si offre al pubblico la possibilità di assicurare la serenità. Nel secondo c’è invece la sovrimpressione “tratto da una storia vera”.

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L’orrore. La scena mi ha talmente terrorizzato che dopo pochi minuti ricordavo solo la frase “tratto da una storia vera”, tutto il resto, facce, plot, musica dello spot, l’avevo rimosso. Quelle parole erano troppo raccapriccianti, lo shock è stato davvero fortissimo.

Finita la pubblicità inizia un programma di, come si autodefiniscono? attualità? approfondimento?, quelli presentati da un giornalista di solito dal look trasandato, cioè studiato maniacalmente in ogni più microscopico dettaglio al fine di apparire trasandato, che è ovviamente dalla parte della ggente, del popolo, dei consumatori.

club

Attorno a lui c’è sempre un mezzo anfiteatro pieno di spettatori che partecipano, cioè in ogni intervento in piedi e col microfono in mano chi parla deve rappresentare almeno il 20% dei telespettatori, una buona parte di questi da casa deve fare cenno di sì con la testa e, rivolgendosi al familiare più vicino, dire “hai visto? come dico sempre io, e tu non mi ascolti!”. Dopo un’introduzione del presentatore, che non deve durare troppo (giusto il tempo che gli spettatori passino lo sguardo sui dettagli del suo look per sentirsi rassicurati e rappresentati, possibilmente senza far caso alle cose che dice), parte il primo filmato, l’argomento è la droga e una voce-off talmente drammatica e carica d’enfasi da risultare ultraridicola annuncia solenne “ho passato una giornata travestita da tossicodipendente” e quindi telecamera nascosta, volti oscurati e il dialogo tra lei e due presunti tossici seduti sul marciapiede:

-Dove posso trovare un po’ di roba?

-Vuoi fare la nostra stessa fine?

yuko seria

Demente al punto da non essere neanche più divertente. Il punto non è nemmeno se si tratti o no di una messinscena, il punto è che viene presentato e messo in onda così, proprio come una messinscena. Identico a fiction e programmi per la tv. E identica è inevitabilmente anche la reazione del pubblico, e probabilmente identica è  la mano di chi scrive dirige e interpreta queste “inchieste” e le fiction da prima serata. Ho subito tutto questo in dieci minuti, la pausa fisiologica per cenare. Pausa durante la quale avevo schiacciato il tasto “pause”‘. Sono stato ben felice di schiacciare “play” e riprendere la visione. Dopo tanto orrore rituffarmi tra le braccia di Sion Sono era ancora più necessario.

matittaa

Noriko’s Dinner Table

Sion Sono

2005

Quasi tre ore di telecamera a spalla e narcotiche voci fuoricampo, per un  quasi spin-off di Suicide Club, che volteggia libero delirante e noncurante come un insetto dall’andatura ubriaca, sempre appiccicato ai volti e ai corpi dei personaggi. Che sono in crisi d’identità, che rifiutano l’identità e confondono e sognano e accatastano identità: fittizie perlopiù, collezioni di ricordi privi di appartenenza reale, oggetti casuali ed estranei ai quali affibbiare senso e memoria.  Personaggi che scappano e si ritrovano, che per lavoro recitano il ruolo di parenti per i clienti che pagano, clienti che sono soli e disperati, gli stessi che alle nostre latitudini guardano programmi d’approfondimento e di attualità, o che annuiscono alla televisione.

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Clienti identici a quelli delle prostitute, che osceni comprano affetti invece di corpi.

Il mantra di Sion Sono recita l’adolescenza e l’impossibilità di comunicare, usando il sangue come unico collante efficace per tenere insieme i nuclei familiari e la pellicola, recidendo intanto a più riprese ogni tipo di cordone ombelicale.

colte

Rispetto a Suicide Club, Sono riscrive le regole più volte, e lo fa senza il minimo imbarazzo abituato com’è a infrangerle ad ogni fotogrammo: nel club non si muore necessariamente tutti, ma soltanto chi è tenuto a recitare un ruolo che ne prevede la morte. Se il cliente è un uomo che è stato tradito ed abbandonato dalla moglie, la ragazza pagata per recitare il ruolo della moglie finisce per essere ripetutamente accoltellata e muore serena, senza il minimo rimpianto. Privilegi dell’essere associata al Club.

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E poi la famiglia, sempre la famiglia. Che è sempre nido di dolore, incomprensioni e finzione. Qui la famiglia è rappresentata su tela, opera di madre aspirante pittrice, goffo tentativo di riprodurre e fissare un momento idilliaco inesistente e farlo durare nel tempo. Illusione. Illusione fatale. Le due figlie scappano di casa e anche dal quadro: nel quadro i loro sorrisi erano fittizi, tanto quanto lo era, nella casa, l’armonia della famiglia.

 

 

 

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