Perez, punto


Ci sono Luca Zingaretti e Marco D’Amore, quanto di meglio l’Italia esprima oggi in termine di calvizie seduttiva e alopecia attoriale. Luca e Marco. Cranio contro cranio. In un film di un regista nuovo. Kusturica dice di lui che è un talento speciale, visionario persino. Questo richiama la nostra attenzione, lo diciamo da sempre che al cinema italiano servono occhi strani, quindi eccoci in sala, guardiamo le carte di Edoardo De Angelis.

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Il titolo, per cominciare. Perez con il punto. Perez. Puzza purtroppo di neofitismo piaggione, affannosamente conferisce solennità solitudine sostanza ad un cognome significativamente  anonimo, spagnoleggiante dei Quartieri Spagnoli. Optiamo per l’indulgenza, il ragazzo si farà, mettiamo un punto sul punto e cominciamo a guardare sul serio.

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Il contesto. Il film è ambientato nel quartiere parigino della Défense. No, non è la Défense, sono i dintorni del Centro Direzionale di Napoli, quella base lunare fatta di grattacieli e piazze pensili e istallazioni ultramoderne e reti stradali sotterranee suburbane, come fosse Parigi, ma senza speranza. Scelta azzeccatissima, la megalopoli vesuviana si specchia liquida sulle finestre di certune ziggurat di vetro, vuote vuotissime, il deserto del business in locazione a prezzi negoziabili, la speculazione edilizia che diventa paesaggio della mente. Il punto di vista di De Angelis funziona, insolito e virtuoso.

Zoom su Perez, che di mestiere fa l’avvocato delle cause perse, uomo senza qualità, whisky and cigarettes, convintamente vinto, dalla vita e dai viventi. Perez è Luca Zingaretti e parla in napoletano, plausibile a tratti tra parole tronche e fonemi a lui insoliti, ma dopo anni di giuste critiche alla romanitudine intollerabile debordante  può andar bene. E’ che il volto di Zingaretti rimane non napoletano, nè  sofferenza sottopelle  né ho visto cose che voi umani, è una maschera apolide. Ci poteva toccare invece un nuovo sempruguale intollerabile Servillo, meno male come è andata.

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Attorno a Perez ed al punto suo satellite ruota un sistema di personaggi concreti non pupazzi, il che è mirabile: poliziottame assortito, una figlia procace e ribelle – la bella e brava brava e bella Simona Tabasco (giovani Matilde Gioli crescono) -, un boss pentito Cuore di Tenebra,  un avvocato depresso e rancoroso che è tutto un raptus di sguaiata quanto metodica ilarità. Poi c’è lui, O’ Ciro, Ciro o’ Immortale, from Gomorra. Recita inerzialmente, il linguaggio e le espressioni apprese sotto Sollima gli bastano per esaltarci. Resta minore versus Zingaretti purtroppo, ma la scelta di De Angelis ci appare chiara e precisa nella sua coerenza strutturale.

Abbiamo quindi la visione di un film  multiforme, thriller filosofico che diventa commedia nera che diventa action and revenge che diventa romanzo di (de)formazione. Tutto in uno, come  fosse di Hong Kong e della Milkyway, prodotto, non girato, da Johnnie To. Imperfetto, specie in alcuni dialoghi troppo saturi di televisione, però riuscito, pieno di idee, di cura e di amore per gli spettatori, pregno di momenti. Quando Perez affronta la bestia per estrarle dalle viscere il grisbì, sotto gli occhi dello stalliere indiano costretto dalla paralisi alla fissità, plaudiamo addirittura al grottesco puro, ci sentiamo finalmente fuori dai nostri angusti confini.

Bravo De Angelis, punto, due punti, puntevvirgola, puntesclamativo.

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