Boyhood, di Richard Linklater. Sì, la vita è tutta un film


Ho creduto a tutto quello che ho visto, perché ho vissuto tutto quello che visto, e ancora vivrò, ancora vedrò. Sì che l’incipit sulle note dei Coldplay sembrava fuorviare, questa dicotomia essendo non tra il vero ed il falso, ma tra il sincero e il bugiardo in quanto ipocrita ruffiano tendenzioso, poi Yellow termina, Chris Martin finalmente tace, arrivano le immagini arriva la risposta, chiara incontrovertibile: Boyhood è sincero, è un miracolo, è una benedizione, sarà indimenticabile, preparatevi tutti.

boyhood family

Scrivevano da più parti che nessuno prima aveva pensato l’Idea, una storia che si dipana e sviluppa nel tempo di 12 anni  con attori che crescono ed invecchiano, mutano nel divenire. Ho un vago ricordo di aver letto da qualche parte in Pennac una storia simile, il film di una vita, un uomo ripreso dai primi vagiti agli ultimi rantoli, questo per affermare che il tentativo è audace non originale, audace è Linklater, il Dio del Cinema lo premia. Si osserva il pianeta Mason, Mason è Ellar Coltrane essere umano, di 8 anni quando comincia di 20 anni quando finisce. La famiglia ad assetto variabile, padre amato assente, patrigni maligni e fratellastri benigni a susseguirsi, un’infanzia transeunte tra Houston e Austin, un’adolescenza dazed and confused, il college. Non è documentario, non è reality. C’è una sceneggiatura, vera come la finzione. Il mio transfer è assoluto, piango e rido continuativamente, provo emozioni e ne sono ovviamente soggiogato. Mason vive, tutto si trasforma dentro e fuori:  Patricia Arquette è la mamma che imbianca mentre cerca il nido, Lorelei Linklater (figlia di) è la sorella benevola dominante, Ethan Hawke al massimo di sé è il padre, lui Ethan frikkettone attore feticcio di quell’altra trilogia sul divenire, Before Sunrise Sunset Midnight, sempre cavaliere alla ricerca del tempo perduto. Richard il regista, Linklater il genio camaleonte, è un alchimista che ha trovato la pietra filosofale, il senso della ricerca è la visione es-temporanea, fuori dal passato che guardato per sempre trasecola.

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Sembrerebbe un film di coming of age non riproducibile, si vorrebbe limitarlo alla originalità di un racconto di formazione, è invece la commedia umana universale in chiave massimamente politica: l’America middle class di cui il Texas per 13 anni, Bush l’avvento di Obama, la laicità pragmatica il fanatismo evangelico, la psicologia il Dio delle Armi, Kurt Vonnegut  i reduci dall’Iraq. Tranches de vie mostrati e fuori campo esegetici, la scuola le amicizie l’amore la famiglia, tutto si vede fuorchè la morte, che significa perdita distacco privazione, qui non pertiene, Mason è ciò che continuamente fluisce, è le sue domande, perché dove come, la sua trasformazione tende all’infinito, vettore che lambisce punti e li sussume non sussunto.

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Nulla si distrugge, tutto resta, un’esperienza bruciante, una pulsazione vitale, suoni che anche mutano, anche il giallo sbiadito dei Coldplay si accende di Deep Blu (Arcade Fire). Per Boyhood ho usato un fiume di parole, avrei potuto seguire altri ed usarne 3 sole, di sintetica pregnanza anglosassone: WOW.

WOW.

WOW.

WOW.

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