The Babadook. We need to talk about Samuel.


La maternità è mutazione progressiva. Sangue del tuo sangue genera altro, un alieno scaturisce. La femmina che mutò in madre veglia sul tempo, lo protegge. L’alieno che mutò in bambino s’alza e cresce, insoddisfatto poi distrugge. La maternità al cinema spesso è millantata mendace manipolata, è deliquio di lacrime e sorrisi, struggimento di zucchero e miele, calore umido in una bolla di vetro, come maschio comanda. Il racconto dev’essere invece di donna, liberatorio e urlato ai numi del cielo, e questo finalmente abbiamo. The Babadook di Jennifer Kent, il film più alto del 2014.

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C’era stato un prima, ovvio: un’altra donna – Lynne Ramsay – ci aveva parlato di Kevin, ed era stato sconvolgente perturbante rivelante. L’origine è la medesima, lei la protagonista in posa cristologica, travolta dal moto degli eventi e degli umani. Amelia è mutata due volte in sincrono, mamma e vedova perché il marito morì in auto accompagnandola al sacrificio del parto. Ora Samuel suo figlio ha 7 anni ed è mutato, divenuto il più grande nemico della società moderna: è iperattivo. Cioè, mostra atteggiamenti conflittuali verso i suoi simili. Cioè, costrusisce manufatti atti ad offendere. Cioè, vibra di ansie e paure inconsce, quindi arcane. Lei subisce, la sua non vita è una funzione di accudienza, prendersi cura di è una declinazione unidirezionale dell’amore, non durevole.

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L’alienitudine intanto esorbita generando rigetto, l’organismo sociale attiva le sue immunodifese per distruggere l’intruso, il diverso, donde la solitudine, donde la colpa per disturbo della quiete pubblica. La società nega l’ontologia dell’alieno, emissari dell’ordine costituito negano Samuel chiamandolo non per nome ma Il Ragazzo, come fosse una carta della chiromante. La prima difesa è l’arrocco, la femmina e il piccolo si rinchiudono in una casa marsupiale, vulnerabili e vulnerati. Le Erinni della rabbia e della furia cavalcano la tigre del dolore, allora Amelia muta ancora, è Jack Torrance, Samuel è Danny brillante di nera luccicanza, l’Overlook è una categoria dello spirito. Fin qui sarebbe già abbastanza per parlare di opera essenziale, invece il film va oltre, un altro balzo verso l’infinito.

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Un effetto speciale che è un oggetto reale: il libro sprigiona figure tridimensionali di cellulosa, pop-up, tangibili per concretare la metafisica delle parole. Il racconto della buonanotte muta in un’invocazione di fine e morte, arriva l’uomo nero, il Babadook-dook-doooooook, tre volte chiamato come da rito, come l’uomo nero che fu Candyman. Esso possiede la donna, la penetra la intrude la muta ancora, brama un nuovo equilibrio, si traveste delle mentite spoglie del marito morto, se il figlio sarà sacrificato – grugnisce e sbava e promette – ritornerà ad essere una coppia d’amanti invece della monade vedova. Amelia lo vuole, muta in belva predatrice, assetata del sangue del suo sangue, combatte contro Samuel che la ama e vuole accudirla lui medesimo, allora ri-muta e muta ancora, frappone il suo corpo all’orrore, Gandalf il Grigio che diventa Amazzone, Babadook, tu-non-puoi-pas-sa-re!

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Tre livelli verticali, un’opera laica, immensa, stravolgente, rigorosa, radicale, definitiva, rivoluzionaria fin nell’epilogo che di certo non racconteremo, perché deve essere una meritata ricompensa. Jennfer Kent from Brisbane è regista indagatrice dell’incubo, guarda e mira indietro a Mario Bava, a Dario Argento, all’Espressionismo, a Lang a Wiener a Murnau e di Murnau al Nosferatu prensile, l’amore nelle forme della visione onirica e dell’immagine eretica.The Babadook è tutto questo, doloroso come un travaglio, assoluto come la follia. Dopo, per chiunque avrà la buona sorte di guardarlo, nulla sarà come prima.

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