Life after Beth, il primo zombie kippah movie


Gli Ebrei non fanno autopsie, non asportano organi ai morti né imbalsamano salme. Quando verrà la fine del mondo, i defunti ebrei saranno i primi a ritornare e pure in gran forma, perché si saranno conservati meglio, senza mutilazioni o recisioni di rilievo. Lo dice un ebreo, Jeff Baena, il regista di questo esilarante Life after Beth, gioco di parole su Life after death, che porta gli zombie nei luoghi e nelle case della comunità ebraica nella suburbia americana.

Dane-DeHaan-and-Aubrey-Plaza-in-Life-After-Beth

La Beth del titolo è una deliziosa trapassata, ritornata a (non)vivere per cause ignote. L’evento porta ovvio scompiglio, perché vissuto dicotomicamente dalla sua famiglia, gli Slocum, e dal suo quasi ex fidanzato, Zach: mentre i genitori accolgono la resurrezione con stolida gioia, costui non riesce a farsene una ragione. Perché Beth sembra la stessa ragazza di sempre, viziata, gelosa, ossessiva, compulsiva, ma è pure diversa, è diventata insaziabile, dapprima di sesso, poi, come da canovaccio, di cibo, di cibo umano. Il guaio è che la comunità non tollera disturbo o alterazione dello status quo, quindi reagisce alla strana resurrezione come meglio sa, rimuovendola e sforzandosi di ostentare un’apparente normalità.Tentativo vano, perché questa Miss Zombie ha una forza sovrumana, e quando percepisce di non essere accettata per ciò che (non) è diventa una furia distruttrice, aprendo la strada al grottesco avvento degli altri ritornanti, sempre ebrei, sempre membri della jewish gated community.

lab-1-new

Il film funziona sul rovesciamento dei luoghi comuni e dell’ipocrisia sociale: si ride di tutto, sulla chiusura armata e blindata al mondo esterno, sul pregiudizio razziale (degli Ebrei verso gli Haitiani) e misogino, sulle tradizioni gastronomiche delle veglie funebri (“Pastrami, questo è tacchino pastrami!”), sulla passione elitaria per gli scacchi, sui fidanzamenti per interesse gestiti da genitori intrusivi e pieni di pregiudizi. Anche i gusti musicali vengono sbeffeggiati, tanto che Beth e i suoi simili si ingrifano quando ascoltano smooth jazz, che invece è musica da sonno e bromuro. La parodia messa in scena da Baena  – che è anche sceneggiatore – è credibile e iconolasta, svela una società immobile e rigida come un cadavere, la rianima e la rende umana e perfino simpatica, non la sovverte in quanto soffusamente ne tollera la perpetuazione. Life After Beth è una delle più riuscite commedie dell’anno, e gran merito va al cast all star degli attori, quasi tutti Irlandesi (paradosso dei paradossi, solo Paul Reiser, il padre di Zach nel film, è davvero ebreo) tra cui il grande John C. Reilly, ma soprattutto Aubrey Plaza (Beth), un’esplosione di talento, ironia e ilarità e decomposta sensualità.

aubrey plaza

– You two have fun?

– Oh, yeah.

– We’re gonna go for a hike.

– Ooh. Not a hot idea.

– Oh. Whoa! In broad daylight?

– Zach, are you nuts?

– Wait till nightfall.

– Why?

– Because, baby, it’s safer.

– At night?

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