Pan, Demonium.


Corna di capro, corpo peloso, zampe a zoccoli, fiato tremendo puteolente di zolfo, alcol, muffa e secrezioni assortite.  E’ Pan, anche noto come dio Fauno, satiro saltellante, priapo copulante, menestrello zufolante nel proprio flauto e danzante e libante. Da duemila anni il caro nostro è ridotto ad un satanello qualsiasi, demonizzato da tutti sti farisei torvi neri in abito talare, ha lasciato le campagne e i campi aviti per sprofondare tra le fiamme e la dannazione, ma dategli una femmina, fategli sentire anche solo l’odore, e quello tornerà ad essere l’incontenibile inseminatore che amiamo. E ora, At The Devil’s Door, di Nicholas McCarthy, 2014.

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Uno dei filoni più fertili dell’orrore è l’home invasion, l’intrusione di mostri maligni malintenzionati nella fortezza domestica, con conseguenze sovente apocalittiche. Alla radice c’è la paura dell’intrusione, della penetrazione non consenziente, lo stupro infatti è primigenio home invasion in quanto il corpo è la prima casa. Ecco allora che un film di paura sulle donne sole al tempo della crisi, che gioca sui raccordi tra i concetti di demonio infoiato, case da inabitare, grembi da fecondare, diventa polisignificante.

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La prima donna che andiamo a conoscere è una poverina adolescente un po’ ingenua un po’ lasciva, che fa un patto con il diavolo per cinquecento miseri verdoni e poi ne subisce le conseguenze, perché lui le entra in casa dall’armadio, la chiama con voce roca da cantautore e la possiede – in modo aereo invero assai poco romantico– e la insemina, ma lei rifiuta la progenie e quindi pensa bene di farla finita prima che il nascituro venga alla luce, o all’oscurità. La seconda donna, che si crede menomata condannata in quanto sterile, è soggetto di attenzioni diaboliche in virtù della sua funzione d’uso, essendo un agente immobiliare come tale entrando uscendo in case disparate. L’agente immobiliare, tramite di compravendita, sarà mezzo del perfido caprone per arrivare alla di lei sorella, un’artistona sexy dark fetish residente in un loft da sogno, o da incubo: qui lui trova l’habitat ideale (come dargli torto) per completare la sua scalata sociale e addivenire ad una sana riuscita fecondazione.

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Finalmente prole immonda sarà, ma la puerpera disconosce il sangue del suo sangue, e la piccola creatura data in adozione andrà ad occupare altre case altre stanze altre vite, poi però la nolente madre tornerà sui suoi passi, chè più forte del maligno è la maternità e la sorellanza femminile, e mamma e figlia diavoletta partiranno in auto, in moto dinamico verso l’altrove. Alla regia c’è Nicholas Mccarthy e si vede subito che è uno stiloso, confeziona con semplicità e ottimo gusto una bella storia, che poi è un’antologia dei rapporti tra la donna e le sue cavità raccordata da un filo, rosso come gli elementi disseminati ben riconoscibili, i pantaloni, gli stivali, l’impermeabile, lo smalto. Dettagli pregni, come la solita foto della luna con il missile nell’occhio da Melies, vista oramai ovunque ma soprattutto in Lords of Salem, altra femmina, altro capro, altra copula.

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Quando appare, ombra o incubo o figura sbiadita, il capro ha sembianze familiari, sembra proprio quel caro Fauno di quel noto labirinto e ci è ancora più familiare perché il suo unico fine, a noi consueto dalla più tenera infanzia, è l’accoppiamento compulsivo a prescindere dal come dal quando dal (con) chi. L’occupazione degli spazi domestici, e le traiettorie geometriche disegnate dalle donne nella ricerca di indizi, di rivelazioni, di salvezza sono vettoriali e generano momenti di pura, claustrofobica tensione. C’è poi un senso strisciante di incomunicabilità tra donne ad alto coefficiente di complessità e maschi comuni, banalmente comuni nelle sembianze di un padre perplesso, un partner occasionale decerebrato, un boyfriend becero. Tutti poveri diavoli al cospetto del grande Pan dell’inferno, che non sarà un salvatore, ma almeno è un portatore sano di pulsioni, eros mistico e carisma. Se vi è venuta voglia di contattarlo, potete chiamarlo al numero che tutte conoscete.

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