Dear Zachary, la vita è tutto un film, ma anche la morte.


Ho amato Boyhood da subito, anche se adesso, a un mese dalla visione, il ricordo di quell’amore è precocemente sbiadito, dimenticato no. Camera con vista sulla vita mi sembrava, un tratto di vita, miracolosa perché escludeva o rimuoveva la convitata di pietra cioè di marmo, la grande falciatrice con cui non si patteggia. La morte in Boyhood non è, nemmeno fuori campo, la sua assenza ne fa un racconto di formazione atipico e peculiare. Prima, ragazzi miei, nel 2008 c’era stato chi aveva girato il film di una vita partendo dai titoli di coda, dalla morte dei protagonisti, reali ma incorporati in un’opera pop di finzione estrema. Dear Zachary: a letter to a son about his father.

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Zachary è il bimbo in fasce figlio di Andrew, sorta di sosia di Jack Black, bolso bonario giovanotto bianco che fu sparato e lasciato morire in un parcheggio da qualche parte in America. Il caso e il voyeurismo compulsivo vollero che Kurt Kuenne, amico di sempre aspirante regista, conservasse chilometri di girato sulla sua vita, da qui l’idea di farne dono al bimbo, a simulacro videodocumentale del padre che mai conobbe. Frammenti di visione, dalla ragazzitudine alla maturità, compresi esperimenti di cinema amatoriale e incontri reali, anche quello con la sua presuntamente certa assassina, la donna madre di Zachary, libera in attesa di giudizio al tempo delle realizzazione del film. Saremmo dalle parti della cronaca nera 2.0, un maschicidio raccontato in terza persona singolare e plurale al modo di Amore Criminale, indegna tv del dolore, non fosse che qui c’è rappresentazione ma non ricostruzione.

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La vita in differita di Andrew è sotto i nostri occhi composta editata in postproduzione video audio, nei suoi momenti salienti e quelli meno significativi, noi lì a guardare curiosi increduli. E’quello che ci salva, l’incredulità, ci impedisce di affondare nell’empatia e di morire noi stessi, perché Andrew è davvero uno qualunque, uno come noi, i suoi video ricordi atrocemente banali come i nostri quindi universali, però le interviste ai cari e a chi gli volle asseritamente bene sfondano l’argine della tollerabilità dilagando nell’agiografia. Lui, un santo, un innocente, un buono. Lei, una psicopatica, una perversa, il Male. Di lui prima, ogni ricordo. Di lei prima, vuoto oblio. Sembrerebbe questa la chiave di visione dicotomica più o meno condivisibile, a metà del film affiora il pre-giudizio, ecco che invece succede qualcosa, intendo dire che succede qualcosa per davvero ai protagonisti mentre Kuenne monta il suo lifework in progress. La morte irrompe ancora, e ancora.

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Il format allora muta, dal documentario ad imperitura memoria si passa al legal thriller, non più cronaca nera ma sconcertante atroce caso di malagiustizia con povere vittime incorporate. Ancora ci salviamo per via di incredulità, perché Kuenne è guardone ma non ruffiano, media il racconto con espedienti artificiosi e sedativi. La sua posizione resta chiara, l’occhio è quello dei genitori di Andrew e della loro battaglia legale contro i massimi sistemi Usa e Canada, chè il senso della vita videoraccontata potrebbe esser l’utilità sociale, gli agnelli sacrificati perché nulla sia più come prima, mai più un bimbo venga affidato a persona labile sospettata di omicidio volontario premeditato. In questo senso paiono eroi i nonni di Zachary, anziani americani vivi attivi nella Fondazione a lui dedicata, ma a noi non basta. Abbiamo accettato Dear Zachary come visione di morte, pretenderemmo un giudizio, uno solo almeno, sulla facilità di accesso alle armi da fuoco ed agli psicofarmaci in the Land of Plenty.

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Niente di niente, le armi ci sono, gli psicofarmaci ci sono, presenti eppure non visibili, soffusi da un senso di evangelica necessità. Alla morte non si comanda.

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