Coherence. Uni, nessuni, centomili


 

Tutti con il naso all’insù e un sorriso ebete, sta passando una stella cometa! Tutti voi, non io: io ho visto Coherence e se dovessi anche solo sentir parlare dell’imminente passaggio di una stella cometa, correrei ad incatenarmi al termosifone. Vi consiglio di fare lo stesso, magari con altri termosifoni.  Se non mi date retta e le cose dovessero comunque andare a rotoli, se non riuscite più a ritrovare la strada di casa, beh, allora tornate a rivolgere il nasino all’insù e lo sguardo al cielo, possibilmente senza sorriso ebete. Guardate ancora la stella cometa, e usatela come bussola per tornare al punto di partenza, per tornare a casa. Potrebbe funzionare. Sempre che quella stella cometa sia la stessa di prima.

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Il vero incubo, spaventoso e insostenibile, è il primo quarto d’ora di questo film: sembra di essere testimoni di una cena elettorale di Sel. Non manca nessuno, c’è l’insegnante, o ex-insegnante, di yoga in fissa con feng shui e tisane (che però non disdegna di arricchire con la ketamina), l’attore con problemi di alcool, la ballerina, il professore con la faccia da professore e la mangiauomini (o comunque quella che tutti gli altri reputano mangiauomini, e che in realtà nel corso del film si rivelerà una mangiauomini); sono quattro coppie, tutte con problemi di corna e affini.

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Parlano tantissimo, è lampante che hanno tutti stipendi medio-alti o rendite rassicuranti, ed è altrettanto lampante che sono, chi più chi meno, frustrati da una vita noiosa. Non avrei proseguito la visione di questa live-version di un social network oltre il minuto 15 , se un improvviso black-out non fosse arrivato provvidenzialmente a dare il la ad una mitragliata di twist deraglianti. Anche perchè ad alimentare la crescente repulsione ci pensa la semi-improvvisazione con la quale Coherence è stato girato, grazie alla (o per colpa della) quale il terribile quarto d’ora è terribilmente realistico. Parlano tanto, dicevo, ma proprio tanto e di tutto; anche della cometa che sta passando sopra le loro teste, un po’ troppo vicino alla Terra, e degli effetti che potrebbe provocare il suo passaggio.

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Anche di scelte e decisioni sul loro futuro.

“Verrai con me in Vietnam? Hai deciso?”

“No, non lo so ancora. Non ti sto dicendo no, ma…”

“Se non mi stai dicendo si, allora mi stai dicendo no.”

Il film funziona anche grazie alla nausea (oddio, nausea per me; diciamo alla sensazione di incompiutezza) che le vite degli otto personaggi provocano, prima delle rivelazioni: quando le cose cominciano a complicarsi, è una gioia anche per questo. Ogni scambio di battute sottintende un “avrei voluto ma…” oppure un “se le cose fossero andate diversamente…” che si rivelerà cruciale e rivelatore.

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Tra una spiegazione efficacissima e appropriata del paradosso del gatto di Schrödinger, e una generale sensazione di violenza latente che la forzata “confusione” spazio-temporale favorisce in tutti i personaggi, James Ward Byrkit è riuscito, praticamente senza spendere soldi, e divertendosi pure, a realizzare un’opera di sci-fi paranoica che guarda all’horror e alla fisica quantistica praticamente senza scriverne la sceneggiatura. Roba da far cadere Christopher Nolan in depressione.

 

Coherence

James Ward Byrkit

2013

 

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