Jauja, Patagonian Interstellar


Di Ernesto Che Guevara, Paco Ignacio Taibo II scriveva che fu l’ultimo grande eroe a cavallo, ricordato così in decine di ballate e filastrocche e canzoni alla memoria. Si sbagliava di poco, perché dopo il Che venne il subcomandante Marcos incappucciato sul suo destriero, migliaia e migliaia i pupazzetti venduti, per la rivoluzione romantica quanto incompiuta degli zapatisti. Tutto questo per dirvi che Viggo Mortensen è l’ultimo grande attore equestre europeo, in quanto, se si eccettua la Santa Trinità americana Clint Eastwood-Ed Harris-Tommy Lee Jones, non esistono oggi altri memorabili cavalieri. Viggo c’è, dal Signore degli Anelli ad Hidalgo, dove adoperò il suo personale cavallo, attraverso Alatriste e Appaloosa per arrivare a questo Jauja, western dell’inconscio, emozionale, esperienziale.

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Dirige Lisando Alonso, argentino emergente, adorato dai critici che a Cannes lo hanno premiato in quanto latore di una personale precisa rigorosa idea di cinema. Viggo è Gunnar Dinesen, colonello dell’esercito danese viaggiante in Patagonia sulle tracce della terra eponima utopica come Atlantide (“tierra mitologica de abundancia y felicidad”) insieme alla figlia Ingeborg e ad un manipolo di militari argentini, che anelano alle grazie della giovane. Accade che costei, suggestionata dalla vastità degli spazi desertici e dall’impeto virile del vento, ceda all’ormone e si invaghisca di un giovane milite con cui fugge e sparisce. Da qui la ricerca sola e disperata di Viggo, prima a cavallo poi sulle sole sue gambe, tra ambienti ostili alieni quanto una sfilza di pianeti ai confini della galassia e incontri di indios locali (non mapuche ma Teste di Cocco li chiamano sprezzanti i soldati), mentre nell’area aleggia lo spettro minaccioso di Zuluaga, colonello argentino disertore come Kurtz, invisibile agli occhi ma visibile nella scia di morte e sangue che si lascia dietro, babau storico mitologico onnipresente nei racconti dei locali.

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Come nell’avventura intergalattica dell’ultimo Nolan, il legame affettivo padre-figlia diventa vettore semantico di un viaggio solitario nello spazio fuori dal tempo, che andrà a concludersi in un altro quando e in un altro dove, perchè il (non) senso della vita è il movimento: “what is it that makes a life function and moves forward?”. Ciò che rileva è che Viggo produce e interpreta mettendosi completamente al servizio della messa in scena prepotente di Alonso, fatta di camera fissa e campo e inquadrature lunghissimi. Lo sguardo del regista non muta fino a quando il punto di vista non esaurisce l’ultima traccia di movimento, sia esso rilevante o no, come se guardare fisso fosse una necessità, uno sforzo innato di governare il divenire casuale. Valga ad esempio il tableau vivant rappresentato nel prologo: Dinesen di spalle accanto a Ingeborg frontale, dialogo surreale, vento che muove vestiti ed erba, attenzione visiva catturata da un minuscolo insetto che ha tutto il tempo di compiere il suo viaggio senza meta sulle volute della gonna della giovane. L’intento di Alonso non è punitivo nè mortificatorio, la lenta inesorabile vacuità delle cose umane si colora di ironia spiazzante vivace, con le punte più alte nella masturbazione del laido colonello Pittaluga in una pozza d’acqua, circondato dal grugnito incessante dei leoni marini, o nei racconti più balzani su Zuluaga, visto aggirarsi per il deserto vestito da donna, o nella febbrile attesa di un gran ballo organizzatodal Ministro della Guerra, previsto per un indomani non determinato.

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Jauja, passato anche all’ultimo Torino Film Festival, è un film radicale, lo è in modo autoriale, con tutti i pregi che questo controverso aggettivo porta seco. In tanto filmico peregrinare, ne avevo bisogno.

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