Nocturno! Terroristi! Suicide Bomb!


Guida al cinema della lotta armata. E’ il tema del ricchissimo e fondamentale dossier contenuto nel nuovo numero di Nocturno. Vi regaliamo i nostri contributi, iniziando da questo Suicide Bomb e invitando tutti a comprare la rivista.

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Cosa passa per la testa dei terroristi che sacrificano la propria vita? Ci sono film che hanno cercato di capirlo e hanno provato a spiegarcelo…

“La nostra guerra al terrore inizia con Al-Qaeda, ma non finisce lì. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico di portata globale sarà trovato, fermato e sconfitto.” (George W. Bush, 20 settembre 2001)

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War on terrorism? La band punk-rock NOFX ha etichettato meglio la serie di errori e orrori compiuti dall’occidente dopo l’11 settembre, intitolando un suo disco “War On Errorism” (2003). Una guerra che in prima linea ha annoverato le falangi della Majors di Hollywood: decine di film in fotocopia a tema dicotomico, i buoni civilissimi contro i cattivi barbarissimi, i nostri contro la minaccia dell’invasione e della distruzione. Appeal assicurato, incassi pure. Luci e cineprese alle spalle dell’esercito dei buoni per snidare dall’ombra della tenebra i barbuti, incazzati, fondamentalisti terroristi islamici. Semplice e redditizio.
Il concetto di “guerra di civiltà” è stato codificato alla pari di un genere cinematografico crossmediale, in cui l’action ed il war movie hanno incontrato il Jihadist Found Footage, il Taliban e l’Hamas Point of View. Kolossal neopatriottici a stelle e strisce, coadiuvati dalla viralità web di decine di clip homemade. Può trattarsi di video ad alto valore simbolico: i rituali preattentato, i lugubri testamenti dei martiri suicidi, cinematografici in sé visto che i protagonisti leggono un copione davanti alle telecamere, perciò riproposti pedissequamente in moltissimi dei film sul tema.

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Oppure trattasi dei filmati delle decapitazioni degli ostaggi, i più impattanti sull’immaginario collettivo occidentale, sulla cui autenticità si potrebbe imbastire un noiosissimo discorso meta-cinematografico, dato che un video in cui il set desertico è ricreato in studio perde di realità e diventa rappresentazione, di genere horror in caso di decapitazione simulata, snuff in caso sia reale. Curiosamente, sono le decapitazioni firmate (e filmate) dall’Isis a sollevare i maggiori dubbi, proprio a causa del livello alto delle apparecchiature tecnologiche usate, che permetterebbero anche una manipolazione ed una contraffazione di buon livello del girato. E a proposito dell’Isis come nuova progenie del Male, occorre notare che il suo principale nemico, il PKK curdo, viene ignorato se non omesso nelle notizie e nei video occidentali, perché ancora facente parte della black list delle organizzazioni terroristiche stilata dagli USA e copiata senza fiatare dall’Europa. Praticamente fantascienza distopica, e di pessima qualità.

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Tutto questo però si complica quando nel genere “guerra di civiltà” subentrano le contaminazioni, quando qualcuno cerca di fare cinema fuori di propaganda ribaltando luci inquadratura e punto di vista. Se guardiamo con gli occhi dei mostri di Allah, tutto si complica, svaniscono le certezze, gli automi de-umanizzati e monodimensionali si tolgono il cappuccio e diventano esseri umani con un passato alle spalle, sentimenti nel cuore, forse anche con delle motivazioni. Il rovesciamento di prospettiva è in grado, d’altra parte, di mettere in crisi gran parte degli assunti ideologici e, perchè no, antropologici che sono alla base della dicotomia alterata bene/male su cui si fonda praticamente tutta la potenza di fuoco hollywoodiana.
Ci ha provato il regista franco-marocchino Nabil Ayouch con Horses Of God (2012), coming of age incentrato sugli attentatori suicidi che nel 2003 a Casablanca si fecero esplodere uccidendo 45 persone. Erano due amici d’infanzia nati e cresciuti a Sidi Moumen, una baraccopoli dove la miseria, la violenza e la mancanza assoluta di istruzione e prospettive fanno da muro invalicabile, tanto che nel loro ultimo viaggio, diretti in città per farsi esplodere, dal furgone osservano Casablanca con occhi curiosi e sorrisi sognanti (“è la prima volta che vedo la città”). L’intento di Ayouch è chiaro e reso alla perfezione: il fanatismo islamico non è un effetto automatico di povertà e ignoranza, se così fosse avremmo kamikaze ovunque e di continuo (notevoli e fondamentali le riprese aeree, utili a sottolineare come le bidonville di tutto il mondo sono identiche).

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Questa Jihad è semplicemente una alternativa al nulla, avrebbe potuto essere la mafia, o la Zero Church di Sion Sono, o qualsiasi altro gruppo di persone scaltre in grado di manipolare cervelli vergini e arrabbiati. Prima c’è la giovialità, l’invito a mangiare insieme, poi la preghiera in gruppo, poi i corsi di difesa personale, e così via, secondo un percorso di indottrinamento elementare ed efficacissimo testato nei secoli con chi non ha nulla da perdere. Incendi, lanci di pietre, intimidazioni hanno reso travagliata la vita sul set a Sidi Moumen, ed è successo anche di peggio a Nablus, dove Hany Abu-Assad ha girato Paradise Now nel 2005. A poche centinaia di metri dal set esplose una mina, missili israeliani colpirono una automobile nei pressi, e il location manager fu rapito da un commando palestinese e rilasciato solo dopo l’intervento di Arafat. Paradise Now è per forza di cose più “politico”di Horses Of God, narra le drammatiche ultime 24 ore di vita di due palestinesi, amici d’infanzia, prima di compiere un attacco suicida a Tel Aviv.

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Qui non è tanto la religione, ma la lotta politica che diventa lotta per la vita e la dignità, a motivare il gesto disperato di chi si sente vittima e carnefice insieme, di chi non ha altre armi per combattere la potenza israeliana e sacrifica il proprio corpo e la propria vita per la causa palestinese, vivendo da “embedded” fino alla chiamata alle armi. Nessuno dei due è sicuro fino in fondo di fare la cosa giusta, e se Khaled ci ripensa, Said nonostante i dubbi è quello più determinato e disperato: suo padre era un collaborazionista, fu ammazzato quando Said aveva 10 anni, e la sua voglia di riscatto prevale sui suoi dubbi. Come in Horses Of God, in questa pellicola viene sottolineato come anche l’amore inespresso – quindi l’amore più puro e reale – sia impotente di fronte alla disperata determinazione di un attentatore suicida. Questo è lampante negli sguardi tristi dei protagonisti dei due film, che in cuor loro sanno che non rivedranno più le donne amate, nonostante i deliri religiosi affermino il contrario (“Cosa pensera Ghislaine del mio sacrificio? Sarà orgogliosa di me? – Non preoccuparti, in paradiso troverai decine di Ghislaine, centinaia”).

La “guerra all’errorismo”, nella deriva legalistica liberticida degli innumerevoli Patriot Act, avviò una deregulation di arresti sommari e interrogatori/torture che avrebbero fatto impallidire la polizia inglese ai tempi delle leggi speciali anti/IRA. Da qui parte The War Within (2005) di Joseph Castelo, storia di Hassan, uno studente pakistano a Parigi, nutrito di odio e tramutato in attentatore suicida dalle torture ricevute. Nei minuti iniziali del film percepiamo Assan come innocente, lo ascoltiamo parlare di cinema al telefono quando viene aggredito e rapito dai servizi.

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Dopo la metamorfosi, rilasciato, si nasconde in casa di amici a New York, e – mentre al riparo dalle orecchie degli adulti parla al piccolo figlio dei suoi amici delle ingiustizie che subiscono i fratelli musulmani, inoculando forse nel bimbo il germe dell’odio – nelle viscere della casa prepara la bomba. Anche in questa pellicola ricorre la tristezza di un amore negato, impossibile da vivere dopo la scelta della morte. La storia alle spalle degli attentatori, la vita da recluso in un paese perennemente occupato o la violenza subita sulla propria pelle sono le micce in grado di far detonare le bombe umane, ed anche i legittimi trucchi con i quali uno sceneggiatore riesce a far “tifare” il pubblico per i personaggi in questione.

E’ pertanto singolare l’approccio di Julia Loktev, che con il suo Day Night Day Night (2006), spoglia la protagonista, 19enne destinata a farsi esplodere a Times Square con il suo zaino carico di esplosivo, di tutte le “micce” lasciandole i suoi tristi e meravigliosi occhi verdi, la sua fragilità e le sue preghiere ossessive e tremebonde, con le quali si sforza di dare un senso al suo gesto. I suoi meticolosissimi superiori la sorvegliano e la assistono nei preparativi, sempre incappucciati. Non sappiamo chi è, da dove viene, con chi lotta. Eppure siamo con lei mentre attraversa la folla di New York, spaesata e minuta, nonostante il carico di morte che porta sulle spalle, reso ancora più devastante dal suo essere donna, femmina e giovane: connotazione esplosiva a prescindere, cosa può mai essere più disturbante di una donna determinata a compiere un attentato suicida?

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Un bambino pronto ad uccidere, come il protagonista di Killer Kid (Gilles de Maistre – 1994), Djilali, orfano venduto a Hezbollah e addestrato duramente con lo scopo di uccidere Mitterand. Un film di una potenza inaudita, che ci permette di visitare prima i campi di addestramento dei guerriglieri Libanesi di Hezbollah – dove bambini di dieci anni sono plasmati in guerrieri – poi una Parigi insolita popolata di tossici, rappers, cinema porno e teppisti, e racconta una storia di innocenza violata e amicizia che fa tremare i polsi. Un film imperdibile però praticamente introvabile, girato in stile cinema-veritè tanto da sembrare un prodotto italiano dei primi anni 70. Horses Of God, Paradise Now, The War Within e Day Night Day Night sono tutti cupi, tristi, intrisi di morte. Necessari a comprendere, ma di difficile presa sul pubblico occidentale. Killer Kid, invece, brucia di pathos e,ne sono certo, se fosse reso visibile si farebbe un sacco di fans qui in Italia.

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Dopo tanta tristezza e dolore, un po’ di feroce cazzeggio è il benvenuto: Four Lions (Chris Morris, 2009) racconta la Jihad di quattro coglioni, più che leoni, musulmani inglesi che progettano un attentato suicida a Londra. Satira totale che non risparmia niente e nessuno, compresi ovviamente i poliziotti inglesi. L’arma migliore contro la paura è sempre lo sberleffo, teoria sacrosanta con la quale Morris demolisce l’assunto implicito in tutti i film che pretendono si parli di terrorismo in modo ortodosso, con approccio alla materia grave e pregiudiziale. Quando Faisal, uno dei leoni, si fa accidentalmente saltare in aria vicino ad una pecora, gli altri si chiedono se i resti siano stati meticolosamente separati: “In questo sacco c’è Faisal o un montone al curry?”. Morris ha tratto ispirazioni da esilaranti fatti reali, come il tentativo di speronare una nave da guerra americana con un motoscafo carico di esplosivi, compiuto da 5 jihadisti. Tentativo fallito: il motoscafo, una volta carico e con loro a bordo… è miseramente affondato.

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