P’tit Quinquin, la TV secondo Bruno Dumont


Finalmente Bruno Dumont. Non ho mai approcciato i suoi film, lo confesso: a vista mi spaventavano, o mi tormentavano, comunque mi allontanavano. Quest’opera invece mi ha incuriosito da subito, una miniserie TV firmata dal nuovo profeta del cinema europeo, poi sono arrivati i Cahiers du Cinema a premiarla come miglior film del 2014,film perché così montato e passato a Cannes e venduto nel mondo, allora l’urgenza si è fatta incontenibile, e ho guardato. P’tit Quinquin.

p'tit quinquin

4 puntate, titoli sferzanti come beffe: La Bestia Umana, Al Cuore del Male, Il Diavolo in Persona, Allah è Grande!. Durano entro i 52 minuti ciascuna e pare che la durata sia stata l’unico vincolo imposto all’autore, per il resto si è, non dico concessa, ma pretesa la massima libertà creativa. Estate, da qualche parte nei dintorni di Boulogne-sur-Mere, profondo Nord della Francia. Una piccola comunità rurale è blandamente turbata da una serie di singolari omicidi, cadaveri dissezionati dentro carcasse di povere mucche rinvenuti in posti inusuali, ora un bunker della seconda guerra mondiale, ora una spiaggia. Indaga il commissario Van der Veyden con il fido brigadiere Carpentier, nella sua orbita ruota un branco di monelli in bicicletta. Li guida Quinquin, ragazzino rasato che pare un uomo millenario, eroe eponimo ma non il solo protagonista, vettore antropologico per guardare e conoscere l’universo villico:il padre burbero e bislungo, lo zio trotterellante ritardato, Eve la dolcissima fidanzatina, poi la regina delle majorettes, il sacerdote, il vaccaro, i nonni, la venditrice di patatine. Freak, tutti scrupolosamente freak, per primo proprio Van der Veyden, galassia di tic facciali e di timidezza, comicità incontenibile devastante perché improvvisa improvvisata.

Ptit-Quinquin-2

P’tit Quinquin è anche il nome di un’antica ninnananna, divenuta poi marcetta militare e inno non ufficiale della regione in cui tutto si svolge. Così è la serie, un racconto che nasce per confortare, poi diventa canto di morte e simbolo di umanità dolente: è palese l’intento di Dumont, liberarsi dal giogo della forma ed anche del mezzo televisivo, destrutturare la serialità attraverso personaggi non seguiti ma presi e abbandonati e poi ri-presi, in successione (finto) casuale di eventi esilaranti assurdi (un bimbo travestito da Spiderman che si attacca veramente al muro…) oppure drammatici perfino politici. Non è il surreale la cifra del linguaggio filmico/televisivo, perché lo sguardo contempla la realtà e non il sogno, si è piuttosto nei paraggi del grottesco, quella realtà è vista deformata per suscitare reazioni contrastanti.”The exaggeration, the accumulation, the repetition, the burlesque: it all turns into something deformed at some point.I’m interested in how reality can be distorted”, ha detto Dumont nel corso di un’intervista a Indiewire.Emblematico il funerale che va in scena nella prima puntata: il rito dell’eucaristia che si reitera perciò si prolunga ed è dissacrato dal riso del prete, mentre Quinquin chierichetto suona la campanella ancora e ancora e ancora, poi l’organista in trance agonistica suona, canta stridula l’aspirante starlette locale, ai banchi della chiesa il paese e le sue maschere, in mezzo uno sconosciuto incappucciato. La ruralità è interpretata – neorealisticamente? Retroconservativamente? – come arcadia dell’alienitudine e della stranitudine, convivenza umana disordinata destrutturata in profondità, il caos latente (“qui sotto c’è il diavolo”, dice a più riprese Van der Veyden) che esplode violentissimo e progressivo nella escalation degli omicidi. Guardo e sono confuso, guardo meglio e ricordo qualcosa di simile, altrove: lui era Harmony Korine (adorato da coloro che adorano Dumont, Spring Breakers è nella top 3 dei Chaiers per il 2013), l’opera era Gummo, c’era Xenia la comunità deforme, altra violenza su uomini e animali e un altro Quinquin uguale uguale, guardate qua.

Gummo

Come la Citroen di ordinanza, guidata da Carpentier, la serie si avvita in giri ridondanti, si ingolfa, sdrucciola si ferma poi sgomma e riparte improvvisa: alla fine non conta l’indagine della Gendarmerie, che siano delitti passionali o opera di serial killer importa nulla, occorre guardare come la singolarità degli eventi agisca o determini la singolarità degli individui, ma è proprio qui che perdo di vista Dumont. Il suo cinema – la sua TV – sa  sorprendermi e travolgermi ed emozionarmi quando gira nei paraggi del racconto di formazione per Quinquin e affini, a metà tra Il Signore delle Mosche e Le Simpatiche Canaglie, poi però mi atterrisce con un imprevisto intento didascalico che più francese non si può, un racconto nel racconto fatto di violenza razzismo e incomunicabilità, ingombrante deja vu nel mondo del jamais vu. Per fortuna il moralismo resta circoscritto grazie alla ubiqua teatralità di Van der Veyden, discendente da Blake Edwards e Kazuhiko Katō e Takeshi Kitano, che riavvolge tutto nel non senso delle sue circonvoluzioni verbali.

van der veyden

In definitiva, P’tit Quinquin è una visione sperimentale, viva e autonoma ma non completamente libera perché subisce l’attrito tra l’autorialità del regista e la poca autorevolezza che questi attribuisce al mezzo televisivo. Non un capolavoro, quindi, ma un’opera di certo necessaria.

“The distortion has to be either the way you’re going to design the character, the way you’re constructing the dialogues, the type of the faces of the people, the way they move; this is what I like. I like working on making these modifications. Because only with these alterations reality becomes interesting; it looks curious, weird. And that interests me. That way it becomes expressionist and that’s how it gains the sense and the meaning and it becomes cinema.” Cinema, non TV, appunto.

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