Freaks, di Tod Browning.


“Gobble gobble ! Gobble gobble! We accept you! We accept you! One of us! One of us!” La prima puntata di American Horror Story: Freak Show dura 64 minuti, l’esatta durata del film cui si inchina, Freaks. Un dono votivo, non una casualità. E’ vero che il film fu reso monco in eterno dalla produzione poi dalla censura, ma la versione sincopata è l’unica ad esistere, l’unica guardata e amata da generazioni di quei disadattati, sociopatici, bipolari che sono i cinefili di ogni dove. Parlare di Freaks in maniera laica è impossibile, wir sind alle freaks, e Tod Browning è nostro padre.

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Tod, Prometeo che disvelò l’orrore alla fine del fiume, la condizione umana fatta di sesso colpa e condanna senza redenzione. Dopo aver diretto il Dracula con Bela Lugosi – successo planetario Universal -, passò alla MGM per un horror di largo consumo (“All that is necessary now, on top of our other trials and tribulations, is to start frightening our child patrons to the point of hysteria”, chiedevano i boss della distribuzione cinematografica), in competizione con l’attesissimo Frankenstein. 1932: il cinema era arte nazional-popolare, i cinema sale da bivacco e goliardia. Pochi anni prima erano ancora i Nickelodeon, la macchina da presa come attrazione circense che sotto i tendoni muoveva le immagini delle bizzarrie del creato. Nei circhi di paese tra i fenomeni da baraccone, frequentati e adorati sin da bambino, Tod fece il casting, scovando capocchia di spillo, lo scheletro umano, il torso umano, la donna senza braccia, la cicogna umana, il mezzo ragazzo, la donna barbuta, la ragazza uccello, il mezzuomo/mezzadonna, la Venere vivente di Milo, le sorelle siamesi. E un branco di nani, certo.

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Creature diversamente umane, effetti speciali reali, che la scienza da qualche decennio già studiava spogliandole di ogni contenuto mistico: non più meraviglie e prodigi divini ma errori, corpi disordinati da riassemblare. Di lì a poco, in Europa, i nazisti porranno i freaks nell’obiettivo delle loro macchina da presa. E’ il caso della famiglia Ovitz, una compagnia di artisti itineranti, ebrei della Romania, quasi tutti nani: ad Auschwitz furono cavie di Mengele il Demonio, pure furono soggetto di un film per il sollazzo di Hitler.Torniamo alla pellicola di Browning, entriamo nel circo dei miracoli di madame Tetrallini: Cleopatra, trapezista sexy normodotata, trama con il suo erculeo amante per sedurre il nano germanico Hans e portargli via la ricca eredità. Qualcosa va storto, il nanicidio fallisce e la vendetta della comunità freak è implacabile, Cleopatra ridotta ad un moncone piumato, il compare evirato fuori schermo. Browning ambientò Il racconto dietro le quinte, a luci della ribalta spente senza trucco e senza inganno: i mostri esorbitarono dai rutilanti rassicuranti recinti, distrussero la normalità con sfregamenti di facce pance gambe braccia. Durante le riprese si comportarono come rockstar viziate, devastando le stanze d’albergo, portando imbarazzo in ambienti bigotti e dabbene.

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All’anteprima i produttori furono così orripilati che tagliarono il film con ferocia, imponendo un finale vagamente consolatorio  per imbonire il volgo con il claim “uno sguardo pietoso sul mondo dei diversi”. Tentativo vano e del tutto mendace: Browning girava, senza pietà, disvelando nella diversità la quintessenza della normalità, derivando violenza di azioni e reazioni non dalla forma, ma dalla natura umana. Quando il falso velo della tolleranza viene strappato Il codice d’onore dei freaks, più mafioso di qualsiasi coscienza di classe – se ne offendi uno, li offendi tutti – innesca la trasformazione dei mostricciatoli in una gang di Chicago, con i sorrisi sbilenchi che spariscono per lasciar spazio alla sete di sangue. Il tentativo di avvelenamento di Cleopatra ai danni di Hans è la miccia, ma è il banchetto nuziale – terribile messa in scena, pubblica cerimonia della caduta delle maschere – a preparare il terreno, con lo scherno feroce etilico di Cleopatra e del suo Ercole che rifiutano di unirsi alla compagnia di mostri. La risata sguaiata e sinistra di Cleo è insopportabile, recide e questo è lampante, riflesso nel mutamento di espressione dei freaks, che smettono di essere festosi.

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E così la canzoncina iniziatica “One of us” muta di senso, diventa lugubre presagio della vendetta prossima ventura. L’orrida armata bracca i normomaligni sotto un temporale rabbioso, incede sotto le carrozze, striscia tra le ruote con il coltello tra i denti, avanza luciferina nell’oscurità. Sotto, comunque sotto, come ne La Casa Nera di Wes Craven. Anche il sesso striscia morboso, nel plot e nei sub plot delle sorelle siamesi che promiscuamente prendono marito e nella ballerina buona invaghita del pagliaccio eunuco. La prima di Freaks fu a Los Angeles: fallimento epocale, spettatori in fuga disgustati non terrorizzati, si narra addirittura di aborti procurati dalla visione. Browning e i suoi figli deformi furono seppelliti dalla censura, giacquero per 30 lunghi anni, poi, nel 1962, la rinascita al Festival di Cannes, pletore di peana, la luce che non avrà mai fine.

 

freaks-you-make-me-ashamedVestale della memoria è Olga Baclanova, Cleopatra, che da anni raccoglie e divulga materiale documentale e fotografico sull’opera. Papà Tod è il demiurgo del nostro immaginario (de)formato nella musica e nei fumetti, oltre che al cinema. Prediligiamo da sempre i racconti di rivolte e vendette con protagonisti dropout, perdenti emarginati e reietti, ed ogni volta che ne scopriamo di nuovi, il pensiero torna sempre a Tod ed agli Ur-Freaks. Gli X-Men, nati dalla mente di Stan Lee (Marvel: letteralmente meraviglia, prodigio) pochi mesi dopo la morte di Browning e la resurrezione del suo capolavoro, cosa sono se non nipotini dei Freaks? Lo sterminato elenco di citazioni e omaggi potrebbe andare avanti all’infinito, meglio quindi limitarci a citare il più diretto e semplice, fatto dei tre-accordi-tre dei Ramones con la loro canzone Pinhead: “Gabba Gabba hey!”.

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(Questo articolo è stato pubblicato in Nocturno, numero di dicembre 2014, all’interno del dossier “Freak Show”.)

 

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