Vampire Circus, il miglior film sui vampiri del 1972


Tra il 1963 ed il 1965 le brughiere della Gran Bretagna furono scosse da una serie di efferati omicidi, Moors Murders li chiamarono, commessi da Ian Brady e Myra Hindley, svalvolati ultraviolenti più feroci di Mickey e Mallory Knox, affascinati da nazismo torture e altre brutalità. Le vittime, abusate sessualmente poi giustiziate, erano giovanissime, tra i 10 e i 17 anni. L’eco dei loro strazi era ancora udibile nel 1972, quando l’inglese Robert Young diresse il suo primo film, Vampire Circus, entrando nella storia del cinema dalla porta di servizio.

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Arduo individuare un collegamento diretto tra la cronaca nera e questo strampalato oggetto filmico, il fatto è che parlare di pedofilia, zoofilia, promiscuità significava solleticare il ventre molle del Regno Unito con un rozzo ditone da boscaiolo, quello della Hammer per intenderci. Non era il periodo aureo della fabbrica degli incubi, i soldi scarseggiavano e il pubblico affamato di weird stuff stava volando verso altri lidi, tanto che per produrre Vampire Circus furono necessari i soldi di un indipendente americano, tal Wilbur Stark, (che molti anni dopo avrebbe sostenuto la produzione de La Cosa di John Carpenter), un regista neofita  ed uno sceneggiatore principiante, e le riprese durarono sei settimane. Raffazzonato, sbrindellato dalla censura, eroicamente sconclusionato, Il film uscì in contemporanea con Countess Dracula, altro film Hammer, con il quale fu anche distribuito negli States. Nella recensione sul New York Times del 12 ottobre 1972, firmata Howard Thompson, lo spazio riservato al film di Young è questo: “gli amanti dell’horror potranno tralasciare Vampire Circus e concentrarsi su Countess Dracula”.

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Più che una rimozione, la condanna all’oblio. Invece, dopo più di 40 anni, siamo ancora a parlarne, ammirati da tanta sanguinaria naïveté al pari di un grande fan quale Joe Dante. Non che il film fosse visionario o scabroso in modo speciale – in quello stesso anno erano in sala Polanski Ken Russel Gerard Damiano Lucio Fulci Mario Bava John Boorman, tra gli altri – è che mischiava suggestioni e credenze in modo casuale quindi del tutto originale, seminale persino. Qui il segno del male è introdotto da un contagio virale (sembra peste bubbonica). Qui, non altrove,un vampiro appare attraverso lo specchio alle sue vittime designate. Qui la razza delle tenebre è propagata attraverso un caravanserraglio di zingari, nani e ballerine. Solo qui, ancora, i vampiri mutano in grandi felini predatori, caricandosi di ulteriori allusioni sociali e sessuali. In Italia si chiamò La Regina dei Vampiri, a sottolineare la pruriginosa predominanza della componente femminile, per quanto la procace protagonista non dismettesse mai lo status umano, badando bene di soddisfare la sete del Conte con il sangue di giovani vergini d’ambo i sessi, tenendo per sè le gioie dell’empio talamo. Andiamo con ordine: la storia è ambientata ad inizio 800 da qualche parte nella Mitteleuropa. Il villaggio di Schtettel dovrebbe collocarsi  in Austria, ma una vulgata lo colloca nei Balcani, forse perché più prossimi alla Madre Transilvania. I 15 minuti del prologo, fedeli alla tradizione Hammer, colpiscono durissimo: una donna, Anna, adesca una bambina nella foresta e la porta al castello per offrirla al suo signore, il Conte Mitterhaus (Robert Tayman fascinoso, decadente e sadico), vampiro assetato di sangue d’infante, bramoso di immortalità e di eterna giovinezza. Mentre i dentoni incidono il collo della piccola, l’eccitazione travolge la donna: la bambina cade a terra esanime, i corpi del conte e della sua sodale si aggrovigliano torridi. Arrivano gli uomini del villaggio e riescono ad ammazzare il conte, che prima di spirare lancia la solita maledizione sulla loro progenie. Dopo aver finito con lui, i villici furiosi infieriscono su Anna,un tempo moglie – ora ripudiata- del maestro del villaggio, che viene percossa  a cinghiate con la foga di uno stupro di gruppo. Lei riesce a rintanarsi nel castello che viene incendiato, la bara dell’empio è messa al sicuro nella cripta salva dalle fiamme. Il tasso di perversione si impenna (le immagini disturbano ancora oggi), ben oltre lo standard medio della casa di produzione: tanta crudeltà, tanto sesso e tanto sangue, è proprio Hammerexploitation.

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Quindici anni dopo a Schtettel imperversa un’epidemia mortale, che molti credono conseguenza della maledizione. La città è attraversata  da lugubri carri di orridi monatti, e soffocata  da una forzata quarantena, quando l’allegra carovana di un circo itinerante arriva in città, capitanata da una sexy zingara. La comunità ha voglia di svagarsi ed è attratta dalle mirabilie che gli artisti circensi vogliono esibire,ignara che la compagnia  è composta da adepti al culto del Conte e che la loro missione è destarlo dal suo lungo sonno,  con il sangue dei giovani abitanti di Schtettel.Mentre i vecchi notabili del paese, con a capo il Burgermeister, si gonfiano di pregiudizio alla vista della gitana (“Zingara! Perchè siete venuti qui? “Per rubare le monete dagli occhi dei morti! Ahahah!”), i giovani, floridi di salute effervescenti di ormone, sono i più entusiasti  e partecipi spettatori delle performances circensi. L’accampamento viene montato, l’arena predisposta nelle vicinanze del padiglione degli specchi, che è la porta di comunicazione tra il mondo reale e gli inferi del conte. Lo show può cominciare: tra fruste e lazi e volteggi spiccano i gemelli acrobati che mutano in pipistrelli, un efebico vampiro cambiaforma capace di diventare pantera (le mutazioni sono rese con forza immaginifica ed efficacia indiscutibili),  l’uomo più forte del mondo, interpretato da  David ‘Darth Vader’ Prowse,un nano truccato da clown inquietante (il leggendario Skip Martin) eppure squallidamente umano. E’ curiosa la convivenza tra umani e vampiri, il circo sembra una sorta di democrazia multispecie. La zingara, che in realtà è la rediviva Anna sotto mentite spoglie, conduce lo spettacolo con piglio da anchorwoman: memorabile il numero  di un domatore ballerino con una tigre trasformata in donna nuda, il corpo dipinto striato, per una danza di sesso bollente e sublimato che turba ed eccita gli increduli spettatori, e noi con loro. La scena purtroppo ha subito tagli e rimontaggi e pare quasi estemporanea, ma resta  il momento più magnetico e allappante del film. L’erotismo esibito in Vampire Circusnon è l’usuale spezia che arricchiva i classici della casa, è elemento essenziale, il fascino del sesso libero e proibito contro la repressione e il bisogno di legalità e sicurezza (“One lust feeds the other”, dice enigmaticamente Mitterhaus). E lotta dura sarà, senza esclusione di colpi, e di corpi, e di sangue. Alla fine, saranno i giovani illibati a debellare il cavaliere oscuro, armati di croci desacralizzate e supportati dai giannizzeri della capitale. L’ordine, ristabilito, potrà perpetrarsi nelle giovani generazioni: questa la triste profezia di Vampire Circus.

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E’ notizia di questi giorni: un giovane parroco della provincia di Bari, tale don Salvatore de Pascaledella parrocchia di San Giuseppe Moscati, ha invitato i suoi fedeli a boicottare il Circus of Horror, spettacolo comic creepy for dummies allestito dai circensi fratelli Bellucci e portato in giro per la Penisola. Il buon curato già si era fatto paladino della Crociata della Luce, invitando i fedeli a ribellarsi alla tenebra e a contrapporre i simboli gioiosi della cristianità trionfante (San Sebastiano crivellato di frecce? La salma di Santa Maria Goretti ?) ad Halloween e all’epifania del Maligno. Mitterhaus, dove sei?

(Questo articolo è stato pubblicato in Nocturno, numero di dicembre 2014, all’interno del dossier “Freak Show”.)

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