A Most Violent Year.


Soffro di enfasi congenita, sono portatore sano di facili entusiasmi, cado in frequenti stati di alterazione emozionale commotiva, ma questa volta è diverso, questa volta ho visto la Luce nelle sembianze di un film semplice, assoluto, perfetto. A Most Violent Year, di J.C. Chandor. Provo a parlarvene con sobrietà, ben sapendo che non ci riuscirò.

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Occorre partire dalla definizione di decennio: nella vulgata il decennio ha una durata stagna, parte cioè dal primo giorno del primo anno e finisce all’ultimo giorno dell’ultimo anno. Gli anni 80 per esempio, partirebbero dal 1 gennaio 1980 e terminerebbero al 31 dicembre 1989. Niente di più sbagliato, il decennio è una nebulosa che fluttua avanti e indietro, volatile oltre i suoi confini, tanto più espansiva quanto più densa e mefitica è la sua consistenza. Nel nostro specifico, la grumosa glitterata nebulosa degli anni 80 si è estesa fin quasi al nuovo millennio, coadiuvata dallo sbriciolamento del Muro di Berlino che ne ha moltiplicato polvere e vacuità, ma all’indietro no, non è riuscita a permeare i gas solidi degli anni 70, con i quali è entrata in conflitto nel 1981 Dopo Cristo. L’anno più violento di sempre, in quanto a numero di crimini registrati nella città di New York. In questo universo di confine Chandor il Genio colloca l’universo di un uomo, il racconto della sua visione.

a most violente year oscar_isaac

Abel Morales, immigrato cubano come poco tempo prima Tony Montana, non gangster bensì businessman, prototipo nobile degli immondi Gordon Gekko che di lì a poco sciameranno, con la faccia da Poncharello e il cappotto color cammello. Lui è un mondo di pulsioni e sentimenti confucianamente controllati, il suo fine ultimo è il successo ma senza compromessi. Vuole fare le cose nel modo giusto, “the right way”dice, onesto fino a che l’altrui debolezza non lo intralcia, potere e denaro come zenit di eticità. Abel è un guerriero, modi da cavaliere e determinazione da sicario, l’ego domato che lancia fiamme dagli occhi di pece. La sua visione è condivisa da Anna, Jessica Chastain stella polare dietro il fumo delle sigarette; moglie, madre, socia, è lei che tiene il timone e il passo e i conti della scalata.

a most violente year jessica chastain

Attorno al pianeta Abel+Anna ruota una galassia di corpi poco celesti collidenti, un avvocato sodale, branchi di concorrenti sordidi, un agente del fisco segugio, un esule cubano buono ma sfortunato, troppo sfortunato. Il nocciolo miracoloso dell’opera sarebbe questo, il dilemma tra fortuna e pervicacia, le conseguenze disastrose della sorte o del successo sull’animo umano. Non basta, il prodigio più grande è che il film non si ispira ma respira il cinema di quell’età di mezzo, c’è Friedkin, Cimino, De Palma, e poi Lumet, Mamet, Pollack, Jewison. Suoni, sonorità, sociologia, affreschi di interni, inseguimenti di macchine, corse a piedi verso il nulla, Brooklyn, la neve, l’immondizia, i mafiosi, le banche, i sindacati, i vestiti, i loft, la rabbia. Tutto, tutto, proprio tutto è dell’anno (non) di grazia 1981, pure la mancanza di pietà, da allora mai più pervenuta.

a most violent year poster

A 35 anni di distanza, A Most Violent Year è il viaggio definitivo al principio della notte, il ritorno a quel futuro senza distacco nè rimorsi né rimpianti, un buco nero che inghiotte, dissolvendola, la sterile nebulosa di questo eterno presente e riorigina dove i sogni di alcuni diventarono gli incubi di tutti. Sia lodato J.C. Chandor, sia lodato Oscar Isaac, sia lodata Jessica Chastain, sia lodato Elyes Gabel, sia lodato Alex Ebert.
Sia lodato il cinema.

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