Birdman. Metafilm, metà recensione


Iñárritu, Alejandro González. Pietrificato, davanti alla locandina stratosferica di Gravity in un IMAX di periferia, oppure imbacuccato, popcorn in una mano occhialini nell’altra, in coda per la prima di Pacific Rim, timoroso di essere riconosciuto e cacciato, o peggio, invitato a bere una Corona da quei maldidos, Alfonso e Guillermo, figli degeneri della Virgen di Guadalupe. Cuaron, Del Toro, i mercenari, i bamboccioni, i traditori, che per viltade fecero il gran rifiuto e abbassarono pronamente gli occhi al cospetto di sua maestà la Major. Giammai!, pensava Alejandro, preferisco sparire dietro Bardem, meglio spargere tempeste cosmiche di disperazione che fare un blockbuster, accidenti  a loro, accidenti ad Arriaga, hasta la trilogia de la muerte siempre! Poi, il miracolo sulla Quinta Strada. L’incontro con alcuni esuli latinos bravi a scrivere storie, la nuova speranza, l’araba fenice che risorge, un attore dismesso con superpoteri inutili e piume d’uccello dentro la testa, la risata della falciatrice su tutta l’odiata Hollywood.

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Anzi no, perché fermarsi a Hollywood, mettiamoci in mezzo anche Broadway, gli dicono i nuovi sodali, qui è tutto un circo di nani e ballerine, bruciamo tutto, da New York a Los Angeles, vamos a matar los gringos! Non basta, spacchiamo tutto, propone Alejandro nel mezzo di un ulteriore conato di succhi gastrici e lacrime mal digerite, attacchiamo tutta la società virtuale, i social media, i fenomeni virali, e quei parassiti della critica, i cartapecora della carta stampata, facciamoli secchi. Sì dai, gli rispondono in coro, facciamo l’Opera Definitiva, l’ultima parola sulla dicotomia occidentale tra vero e falso, tutto deve sembrare verosimile, facciamo il metacinema! Eh no, fa lui spaventato, un momento, il metacinema no, è bell’e finito, non solo Altman, non solo Fosse, Woody Allen l’ha ammazzato, Hollywood Ended, il metacinema è morto!

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Tanto meglio, esplodono quelli, un film nato morto è quello che ci vuole, diamogli il colpo di grazia con la teoria, inseriamo citazioni randomiche di Barthes sulle virtù mitopoietiche della cultura pop, citiamo quel satiro del Circo Barnum sulla eterna riproducibilità degli idioti che guardano, mettiamo nel tritacarne pure quello sfigato di Carver, che tanto il minimalismo è solo un’etichetta, ed il gioco è fatto. Un momento, ribatte Alejandro, mi manca un manipolo di attori off, cioè, non proprio off, ma che se ne stanno dietro le quinte da un pezzo, come burattini di legno dismessi. Di legno. Legnoso … olè, ho trovato! prendiamo Michael Keaton, dice ai companeros, Michael Ki?, rispondono loro, Michael Keaton, il Batman di Tim Burton, il supereroe più legnoso prima e dopo Val Kilmer. No, quello di My Life no, porta sfiga, fanno in coro i mariachi, tanto peggio tanto meglio risponde lui, sventura, sventura per tutti, e vicino mettiamogli Edward Norton che sta sparendo come Marty McFly sull’istantanea Kodak, lui è il terzo nella classifica del wooden superheroes, ve lo ricordate il suo Hulk?, quello di Eric Bana?, no, quello di Edward Norton, no, non ce  lo ricordiamo, meglio così, preso Eddy Norton, e poi Naomi Watts che si è insozzata le mani di sangue di Kong, e poi Emma Stone che ha fatto piangere Spidey e piace alla gente che piace, e poi tutti quelli che vorranno seguire sto piffero magico che mi ritrovo, avanti, ciak, azioneee!

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È andata così davvero, l’ho letto su twitter, l’ho condiviso su Facebook, l’ho visto su Youtube. Birdman è tutto questo: una beffa atroce, un’opera nichilista, reazionaria, velleitaria, derivata da un frammento derivato di un’idea già mille volte spremuta da tipi loschi alla Bret Easton Ellis. C’è odio, disprezzo per la grande illusione, disprezzo per la quarta parete continuamente violata e penetrata in un gioco fittizio di piani sequenza, ascendenti e discendenti. Un film pieno di fantasmi dell’opera, tante maschere ectoplasmatiche che vorrebbero sovvertire il sistema dei blockbuster, perché i supereoi per Inarritu sono i nuovi mostri, e i cancelli dell’inferno furono aperti dal Batman del 1989. Ma se blockbuster è Male, anche i colossal è male, tutto il cinema è Male, e Robert Downey Jr.è un laido gigolò non più di di Kirk Douglas, o di Yul Brynner, o di Charlton Heston. Inarritu questo vagheggia, un vortice che inghiotta la Settima Arte, ma il suo buco nero e un buco nell’acqua, Birdman, Icaro che si brucia le ali, non è un’altra stupida commedia americana, ma poco ci manca.

Eppure.

Eppure.

Birdman è anche grandioso, un’opera straordinaria, la migliore regia del 2014 forse, pulsante di vita, vibrante di empatia. Si può odiarlo per tutto quello che rappresenta, si è costretti ad amarlo per quello che è, un film poderoso, che esce dai suoi confini e schizza sangue vero sugli spettatori, girato da un regista capace audace e disperato come un rabdomante, che ci chiede cos’è la morte, dov’è la vita, cos’è l’amore. Ma questa è un’altra storia, e fatevela raccontare da qualcun altro.

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