Pasolini. Un film scomodo


Un film scomodo. Scomodissimo. Tanto da provocare i crampi. Proiettato ieri nel Cineporto di Bari, in una saletta il cui pavimento è stato calpestato da un pubblico numericamente doppio rispetto alla sua capienza, a causa della presenza in sala del regista, che ha presentato il film in due parole come “un’esperienza da condividere”. Son stato costretto a guardare Pasolini accovacciato per terra, con le gambe e la schiena che mi facevano male già durante i titoli di testa. Dopo mezz’ora o poco più la situazione è peggiorata, i dolori aumentati e ho cambiato posto: in piedi di fianco allo schermo. Una prospettiva scomoda e sbilenca, ma azzeccatissima sia per la materia corsara del film, che per il febbricitante cinema di Ferrara tutto.

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Abel Ferrara è sovversivo, sia nel suo negarsi totalmente alle regole stantie dei biopic (Pasolini è l’opposto, splendidamente opposto, de Il Giovane Favoloso), che nella babele linguistica del film, inglese italiano e francese – posso solo immaginare quanto debba essere deprimente vedere questo film doppiato – che pare non avere senso e logica, sembra goffa e fuoriluogo, insistita fino all’eccesso. Che è esattamente l’obiettivo di Ferrara, l’eccesso, la stonatura, lo sguazzare nel caos. Mettere in bocca ad attori italiani la lingua inglese con risultati imbarazzanti: una scelta che credo sarebbe piaciuta a PPP. Una scelta che può rappresentare bene l’estraneità di Pier Paolo rispetto alla società italiana di quegli anni, e anche di questi, se fosse vivo adesso. Quanti miliardi di volte ci hanno fracassato le palle con la frase “Pasolini è attuale ora più che mai”? Certo che lo è, non è solo attuale, è avanti anche nel 2015. Siamo noi che siamo precipitati indietro, o credete che oggi qualcuno in Italia produrrebbe un’opera immensa come Salò? Se Pasolini fosse stato letteralmente “attuale”, se fosse vivo e lavorasse oggi, ho paura che faticherebbe anche a trovare un editore. Non è un caso che nel film luci e colori siano sempre tendenzialmente oscuri, e la luce diventa chiara e forte solo quando lo scrittore è svegliato dalla sua sorridente madre.

dafoe

Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere. Parole meravigliose. E Abel Ferrara ci si applica con ammirevole perseveranza, remixando frasi tratte da interviste sparse di PPP per mettergli in bocca concetti suoi. Si permette di filmare la morte di Pier Paolo, il linciaggio burino-fascista, con una dovizia di particolari disturbante, inserendo un commovente tentativo di resistenza fisica del Pasolini destinato a soccombere, che prova a ribellarsi inutilmente: la società italiana, i pregiudizi, il capitale, “the situation”, non si possono sconfiggere in uno scontro frontale. Quello è il loro cortile di casa, se provi a sprangarli ottieni il risultato opposto, li rendi più potenti.

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Una delle scene più “scandalose” del film vede Carlo, fuoriuscito dalle pagine di Petrolio, aggirarsi tra le chiacchiere golpiste dei potenti frequentatori dei salotti romani: lo scandalo è il pessimo livello di tutti gli attori italiani coinvolti in quella scena orgiastica, ma Ferrara se ne fotte e tira dritto, i mezzi di cui dispone sono quelli. Può permettersi una Panda scassata ma la guida come una Porsche. Mettendo in scena addirittura, giustamente, il Porno-Teo-Kolossal, che sarebbe stata un’opera intrinsecamente Ferrariana: è infatti la parte che sembra più ispirata, con due Ninetto Davoli sulle tracce della stella cometa che li condurrà in paradiso, cioè da nessuna parte.

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Abel Ferrara è un regista che sente bruciarsi addosso l’inarrestabile urgenza di girare, e che se potesse rigirare lo stesso film altre dieci volte, ne verrebbero fuori dieci film diversi. Invece di ricomporre i pezzi di un puzzle estremamente complesso, Ferrara getta con passione sulla pellicola i frammenti, a casaccio, consapevole però che ognuno di essi porta dentro una frazione di senso. Perchè Ferrara è lontano anni luce dal cinema agiografico che deve “istruire” e “divulgare”, per nostra fortuna. Proprio come Pieruti.

cineporto

Dopo il film Ferrara è tornato in sala, ma la pessima idea di uscire a fumare una sigaretta ha reso impossibile il mio ritorno all’interno del Cineporto. Poco male, gli organizzatori di Apulia Film Commission (un lavoro di squadra, anzi squadrone, a giudicare dalle prime due file di posti riservate) hanno diligentemente piazzato fuori, a disposizione di chi non ha trovato posto in sala, due schermi. Molto belli da vedere ma inutili, visto che l’audio era incomprensibile. E allora a casa, anche perchè se Pasolini preferiva scrivere piuttosto che parlare, Abel Ferrara riesce certamente a comunicare meglio con i suoi film.

Pasolini

Abel Ferrara

2014

 

 

 

 

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