Fury, il film che forse non vedrete mai.


Amore puro, carnale, ricambiato. Il sentimento che legava il carramato al suo equipaggio, macchina e uomini, trascendeva l’infatuazione per diventare assoluto. Nella fase finale della seconda guerra mondiale, quando la follia aveva sconfitto la disperazione e l’orrore rinculava verso Berlino, l’interno dei carri era il posto più confortevole che si potesse desiderare. Un microcosmo d’amore, fatto di fredde lamiere esalanti morte, eppure adorato dai membri dell’equipaggio come un utero materno palpitante. Dopo mesi di convivenza con i carrarmati, anche David Ayer, il regista di Fury, ha compreso la ragione di tali sentimenti: “quei cosi hanno un’anima”.

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A quei tempi, milioni d’anni prima dell’American Sniper e della confusione ideologica, tutto era molto più semplice e dicotomico, i buoni contro i cattivi. Dentro il carro i fratelli Yankee, uniti da un legame pretercameratesco, inglorius basterds come ergastolani compagni di cella del più asfittico dei prison-movie. Un branco di feti, in attesa di venire alla luce della sopravvivenza o della morte. Fuori dal carro l’Apocalisse, e loro dentro, acquattati nel carro immoto mentre un nazista zombie su bianco destriero calpestava cadaveri in un campo di battaglia. Questa sporca guerra era un punto di vista, se la guardavi attraverso il periscopio di un tank (il mirino di un cecchino?) sembrava film di genere mutante, western, home invasion, sci-fi.

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E quando dal bosco scaturiva un panzer preistorico, affamato di morte, la paura diventava adrenalina diventava isteria, l’unica cosa da fare era distruggerlo o essere distrutti, uomini e macchina, proiettili traccianti e guerre stellari sul pianeta Terra.Una rappresentazione totalmente sanguigna e carnale, l’opposto della rappresentazione rarefatta e straniante di White Tiger, film russo di due anni fa nel quale era l’Armata Rossa a temere e subire le offensive del Carro Infernale, probabilmente privo di equipaggio, melvilliano, Balena Bianca cingolata metafisica. Un film che usava la guerra per evocare l’ignoto con l’aiuto di Wagner, Nietzsche e un Hitler le cui parole venivano rimontate, remixate, recitate in una sorta di dub version filosofica e riflessiva. White Tiger sarebbe anche un film interessante e denso, se lo si guardasse a spezzoni di cinque minuti: impossibile restare svegli più a lungo.

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Il cinema, il nostro cinema, sta dentro a Fury, è quello del Mucchio Selvaggio guidato da Brad Pitt: non un altro film di guerra, piuttosto un film sul cinema di guerra. Per Ayer la storia da raccontare, semplice e tradizionale, conta poco. La sua opera è composta di archetipi classicissimi, rappresentati però alla grandissima (ed è splendidamente riuscito l’innesto della coming of age – anch’essa classica che più classica non si può – del pivello Norman, il giovane sensibile, dentro l’infuriare delle battaglie). Striscia sul terreno, si immerge nel fango e schizza sangue dappertutto, fa saltare teste e pezzi di faccia. Si permette anche di uscire dal tracciato, quando mette allo stesso tavolo due soldati americani e due donne tedesche, incapaci di comunicare verbalmente, ma costretti, sia pur con motivazioni diverse, ad una intimità assemblata e maldestra, una cena che ha del cronenberghiano ed è paradossalmente – lontana dai carrarmati e dalle battaglie – la scena più intensa del film.

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Brad “Wardaddy” Pitt, cuore e intelletto del carrarmato nel carrarmato, rimarrà nella nostra testa più a lungo degli ammassi di cadaveri buttati nelle fosse comuni.  Lui, John Wayne che se ne fotte delle ragioni della guerra, con l’unica vera missione di riportare a casa il suo culo e quello dei suoi uomini, e per questo deve uccidere, e uccidere il più e il meglio possibile (Chris Kyle?). Perchè in guerra gli eroi non sono mai esistiti, al cinema si: e Brad Pitt è uno dei nostri eroi. Quel tipo di eroi che vanno incontro a morte certa a testa alta e con i capelli gelatinati.

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