Tokyo Tribe, l’Hip Hopera di Sion Sono


In qualsiasi direzione decida di andare, Sion Sono ci va sempre a tutta velocità. E noi a corrergli dietro, anche stavolta eccitati e con le pupille sgranate, per il lungo, splendido e caotico piano sequenza iniziale, che ci trascina in un vortice cartoonesco ricchissimo che non si ferma più. Tokyo Tribe è tratto da un manga, il racconto è ambientato in una Tokyo distopica e violenta, nella quale infuria una guerra tra gang, ed è esattamente la rappresentazione di quello che i seguaci del regista giapponese si aspetterebbero. Tutto è però cadenzato da un ritmo: quello dell’hip hop. Tokyo Tribe è un musical, il primo musical che guardo per intero senza soccombere. Ed è anche la cosa più vicina al concetto di blockbuster che Sion Sono abbia mai creato.

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C’è molta America in questo film, a cominciare dalla lingua inglese che va a sporcare di continuo le rime giapponesi dei tanti rapper presenti (rapper reali, che compongono il cast insieme a tatuatori e ballerini reclutati con un casting effettuato su youtube); c’è il cinema di Walter Hill, ovviamente I Guerrieri Della Notte ma anche Streets Of Fire; e sono presenti omaggi a Scarface e sberleffi a Tarantino; a tratti il film sembra addirittura la versione demente di Salò (!) di Pasolini.

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Anche se totalmente sorretto dal rap, Sion Sono dirige Tokyo Tribe con piglio punk e attitudine hardcore, senza rallentare mai il ritmo e l’assalto, caricando la pellicola di eccessi visivi e verbali, trovate registiche sublimi e siparietti comici e sgangherati a raffica, dentro un universo traballante e posticcio, volutamente misogino e reazionario, incredibilmente vicino a quello che potrebbe essere un prodotto post-mortem della Cannon Films.

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Beffardamente trash (ammirevoli in tal senso le smorfie del capo dei capi – Buppa, sorta di versione ipercamp del protagonista di Bubba Ho Tep – o i virtuosismi della vecchietta DJ, che scratcha alla grande), Sion Sono finge di dar peso anche alla morale conclusiva della storia, sbandierandola in pompa magna: le guerre sono tutte, indistintamente, gare a chi ce l’ha più grosso.

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Dopo Why Don’t You Play In Hell e Tokyo Tribe, però, basta. Lo stesso Sono ha dichiarato che sente di essersi già stancato di questa fase di follia-light nel suo cinema, e noi sottoscriviamo. Non ci serve un altro Takashi Miike.

dj

Tokyo Tribe

Sion Sono

2014

 

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