Zero Motivation. Israeli girls make good movies.


Israele è l’unico Paese del mondo ad avere il servizio militare obbligatorio per uomini e donne. Tutte e tutti, ebrei e drusi, devono assolvere ai loro doveri verso la Patria, fatta eccezione per alcuni negletti, privilegiati dal mio punto di vista, appartenenti alle categorie più esecrate del genere umano: i religiosi ultraortodossi e i pacifisti, dichiarati e riconosciuti tali. Accade però che a questa sì democratica coscrizione non seguano opportunità realmente pari: alle militari in gonnella viene impedito l’accesso ai ruoli più ambiti, chessò, i posti di guardia ai checkpoint con un M16 a tracolla, le incursioni in territorio ostile, le azioni di guerra, o di rappresaglia, o di vendetta, o di prevenzione, o di sterminio. Ne risulta che i 24 mesi di naia femminile si riducano a simulacro di stage italico postuniversitario, le povere patriote sono costrette a ramazzare, a governare scartoffie, ad occuparsi di cerotti e infermerie, a portare – trottando e ancheggiando – caffè e cornetto ai maschioni dei reparti militari operativi, questi sì diuturnalmente impegnati in briefing e debriefing. Ovvio che per delle ragazze appena maggiorenni, nel pieno possesso delle loro facoltà mentali ed ormonali, questa non sia il massimo della vita, che le motivazioni vadano a picco. Zero Motivation, del 2014, di Talya Lavie.

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Largamente premiato in patria e fuori, accolto trionfalmente dal Women Film Critics Circle e al Tribeca Film Festival, è in senso stretto un film di donne sulle donne, un gruppo di commilitone in una segreteria di una base sperduta di un kibbutz sperduto nel deserto sperduto. Forze armate israeliane, IDF, Israel Defense Forces, armatissime e aggueritissime, dalle cui viscere venne lo scandalo webvirale delle soldatesse in perizoma, altro che Nadia Cassini, queste qua per intenderci.

idf scandal

Zero Motivation è una commedia semiseria, nel senso che utilizza le armi improprie  della leggerezza e della non verosimiglianza per far passare alcuni concetti molto forti, specie per un Paese che è il primo vero esempio di democrazia militare, perseverando uno stato di guerra indotta e voluta e socialmente accettata,dalla sua nascita e nei secoli dei secoli. Il gruppo femminile si compone di due amiche ribelli e due alienate autoctone, un’altra ebrea immigrata dalla Russia, una caporale carrierista e maldestra. Storia suddivisa cronologicamente in 3 capitoli: La sostituzione, La vergine, Il comandante. Ci sono i traumi, i conflitti di stanza, le amicizie tradite, le speranze, gli amorazzi virtuali ed una forma, in nuce, di rifiuto e di sovvertimento delle gerarchie. Pare che l’interesse sia al racconto di formazione, invece Lavie gratta via il rosa e guarda il nero che c’è sotto, l’universo fallico, ostile, che ruota attorno al gruppo.

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Ostile nelle azioni: comandanti che usano le sottoposte come cameriere, avances sessuali che sconfinano in tentativi di stupro ad alto tasso di impunità, atteggiamenti fisici e verbali di disprezzo e di assoluta prevaricazione. Ostile nelle premesse di valore, perché solo i marmittoni  guerrieri  fanno carriera, decidono assegnazioni di sedi, occupano insomma i vertici e le posizioni più ambite, le donne fanno retroguardia ancillare. Si potrebbe obiettare che la cultura (cultura ?) militare è machista in tutte le parti del mondo, che la discriminazione di genere è uno dei mali endemici non risolti di questo Occidnete fariseo, che del Israele ha avuto un premier in gonnella cazzutissimo e presente fotototemicamente negli uffici pubblici (Golda Meir). A queste domande il film risponde così:

  • Israele non è Occidente (una dice “Hai bisogno di un maschio per essere riconosciuta? Sveglia, non sei piuù in Russia, sei in Occidente!”. L’altra risponde: “No, io ero in Occidente, adesso sono in Israele.”)
  • la leva obbligatoria femminile come è oggi è una inutile perdita di tempo, non forma amazzoni patriote ma psicolabili frustrate.

Alla luce di ciò, la soldatessa indolente che se ne frega delle gerarchie e gioca al campo minato sul pc, unica forma di azione miltare concessale, diventa addirittura eroica, così come il duello tra due ex amiche a colpi di pinzatrice automatica è lo sberleffo più grande alla religione del mitra e dei proiettili al fosforo.

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Talya Lavie ci sa fare, continueremo a seguirla per tutti voi, che ovviamente non avrete mai la fortuna di vedere Zero Motivation in sala. Se avete dubbi su quanto di vero c’è nel racconto, documentatevi, come ho fatto io, guardate qui, c’è la denuncia e l’approfondimento.

Tutto il resto è naia.

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