Non si esce vivi dagli anni sessanta


 

Deep End, in Italia La Ragazza Del Bagno Pubblico, è morboso come Il Servo di Losey, è una piacevole passeggiata sul bagnasciuga, solo che di tanto in tanto il piede affonda in un baratro d’orrore e disturbante inquietudine. Dopo riprendi a passeggiare, ma con tutti i sensi all’erta. Gli anni sessanta sono davvero finiti con questo film, e Skolimowski usa proprio il volto, il corpo e il look di Jane Asher – perfetta icona della swingin’ London, all’epoca aveva appena troncato una relazione con Paul McCartney  – per celebrarne le esequie. E così la rivoluzione sessuale viene indebolita, contaminata e frantumata dall’ossessione, dallo stalking,  dal vortice di repressione e debolezza capace di trascinare in basso, giù, nel baratro.

deep-end

Mike entra ed esce da un club privato, irrompe nel (e scappa dal) boudoir di una prostituta con la gamba ingessata, cammina nervoso avanti e indietro per le strade di Soho, sotto luci al neon, mentre incrocia donne e uomini. Compra e divora hot-dog (da Kato, mica uno qualunque!) a ripetizione, due tre quattro hot-dog, come in un loop. Un mantra dell’hot-dog. Tutta la scena a Soho è girata come un ipnotico loop. E infatti l’intera sequenza è cadenzata dal ritmo alieno di Mother Sky dei Can, ovvero una brano lungo e potentissimo, krautrock ipnotico e incredibilmente avanti, allora come adesso,  perfetto tappeto sonoro per lo smarrimento di un adolescente, sconquassato e spaventato dalla fortissima voglia di amare, toccare e possedere il corpo di Susan (Jane Asher), la ragazza dei suoi sogni.

piscina vuota

O meglio, l’immagine della ragazza dei suoi sogni. E soltanto nei brevi momenti di possesso, virtuale e inanimato, sempre subacqueo, quindi più vicino ai sogni che alla realtà – che sia una sagoma di cartone o il cadavere sanguinante di Susan – Mike appare soddisfatto. Come uno stalker impotente.

deep end cinema

Sembra una coming of age, ma l’uso radicale dei colori (e i colori in questo film sono praticamente co-protagonisti, caricati di sensi e toni fondamentali: mica male per uno che aveva diretto fino a quel momento quasi soltanto in bianco e nero. Deep End inizia e finisce col rosso sangue, rossa è la vernice che appare sulle pareti dei bagni pubblici, e rosso è l’estintore che simboleggia un coitus interruptus, con tanto di schiumata finale lungo il corridoio) e la tragedia strisciante lo rendono altro, nonostante i momenti comici e i toni da commedia; considerato un film britannico, è stato in realtà prodotto con capitali Usa e tedeschi, e diretto da un regista nato in Polonia; sembra girato a Londra grazie all’evidenza di alcuni dettagli e inquadrature, ma le riprese si son fatte quasi tutte in Germania.

la gros

I titoli di testa scorrono sulle note di un brano di Cat Stevens, scritto apposta per il film; è una canzone dolce, dai suoni caldi e avvolgenti. Eppure il titolo è But I Might Die Tonight. Deep End vive di questi e altri contrasti (anche di luce: grigio fuori, fluo nei bagni), a cominciare dalla contrapposizione tra l’esuberanza sessuale della navigata Susan e l’innocenza – devastata dalle voglie – del casto Mike (John Moulder-Brown, che pochi mesi dopo vedremo in Vampire Circus). Differenze che si rispecchiano anche in ambito lavorativo: i due sono colleghi ai bagni pubblici, più simili a case chiuse in realtà, rappresentazione di universi sessuali variegati, ma comunque rigidamente divisi, i maschi da una parte e le femmine dall’altra.

deep end yellow

Anche al lavoro, è l’esperta Susan a spiegare al novizio Mike come accontentare i clienti per beccarsi qualche mancia extra. E la clientela è composta di arrapati e arrapate, potenziali pedofili (che, a sentire Susan, prendono le mira le ragazzine per la loro inesperienza, “non sono in grado di fare paragoni”), casalinghe represse e svariate altre categorie di pervertiti.

deep end fine

Jerzy Skolimowski farcisce la pellicola di sogni e incubi, desideri e paure, amore e violenza, sangue e vernice, orrore e satira, sesso e morte. Le riprese sono nervose (molto più moderne e spregiudicate di quelle della maggior parte dei registi italiani attuali) e sempre in movimento, come ogni adolescenza inquieta. Benvenuti negli anni settanta.

 

Deep End

Jerzy Skolimowski

1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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