Foxcatcher, lotta continua.


Tutti a dire che quest’anno il raccolto è stato scarso, che la vacche sono magre, che c’è la crisi, invece no, signori miei, per il cinema questa è stata un’ottima annata, frutti son venuti e copiosi, destinati a durare nel tempo. Poco importa se i migliori di essi non avranno la statuetta dorata, non è per un trofeo che si gira, è per la gloria, la beatitudine di chi guarda. Foxcatcher, 2014, di Bennett Miller, ovvero come realizzare un’opera politica attraverso un racconto di vite e di sport.

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Siamo nel territorio del “tratto da una storia vera”, ciò è solitamente deleterio perché non permette alla visione di essere libera, imprigionandola in un insano rapporto ombelicale con il reale e la cronaca, ma qui fortunatamente non rileva, il film vive di vita propria. Channing Tatum e Mark Ruffalo sono Mark e David, i fratelli Schultz, oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 nella lotta greco-romana, l’uno asociale e solo, l’altro carismatico e con moglie e figli. La lotta è uno sport notoriamente povero, quindi i due, uniti unitissimi, conducono la loro esistenza piccolo borghese tra palestra e famiglia. Nulla sembra poter intaccare la routine, fino a che l’America non decide di chiamare Mark Schultz. L’America è John DuPont, erede della famiglia DuPont, la famiglia più ricca del mondo quella delle omonime industrie che hanno segnato gli USA e l’Occidente tutto, dalle armi da fuoco all’invenzione del nylon, dalla messa al bando della canapa all’agente arancione usato in Vietnam. John, uno Steve Carrel esorbitante, sembra dover subire il contrappasso per tutti i crimini contro l’umanità perpetrati dalla sua famiglia: è solo, succube di una mamma altera, omosessuale latente, represso, bipolare, violento, ma ha un sogno, accogliere Marc ed i migliori lottatori del Paese nella sua immensa iperaccessoriata tenuta, per gli allenamenti in vista delle Olimpiadi di Seul 1988.  l’intento è di mettere la sua firma sui futuri trionfi a stelle e strisce, così denaro=possibilità=successo=U.S.A=DuPont.

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Miserabile John, riesce ad irretire la fiducia e l’amicizia del Mark ramingo riuscendo a contaminarne la rozza purezza con fiumi di cocaina e con il potere ossidante del denaro, ne fa uno chaperon servile e prono, così che dalla celebrazione dell’agonismo si passa ad un’elegia della decadenza molto simile al Behind the Candelabra di Soderbergh. Poi però arriva David, il fratello buono e incorruttibile, lo sport sembra voler riprendere il sopravvento, ma John è malato e fuori controllo, troppe cose sono successe in quella palestra della tenuta Dupont e il peggio deve ancora venire, il sangue scorrerà sulla pelle di un Paese corrotto come i suoi stessi miti. Non basta, Mark è perduto, la caduta è ancora più giù, in un finale letale e profetico come lo sguardo di una volpe imbalsamata.

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Opera poderosa, che prende gli anni 80 per farne paradigma del presente, come fa pure A Most Violent Year, altro grandioso frutto di questa ottima annata. Spicca il lavoro sul corpo e sulla figura dei protagonisti, con Tatum che riesce a comunicare emozioni con un movimento del trapezio o uno schiocco della mandibola, e Ruffalo che desublimato da sex symbol è anche meglio, attorno a Carrel che sembra un supercattivo uscito dall’universo DC Comics.  Su tutto, la mano e l’occhio differente di Miller, che coglie l’allucinazione nello scintillio delle medaglie e dei trofei di caccia, all’uomo o all’animale.

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2 pensieri su “Foxcatcher, lotta continua.

  1. Anche io ho pensato che il look di Carrell ricordi quello di un cattivo dei Fumetti.
    bel commento, sono d’accordo con te ;-)
    Se ti va l’ho commentato anche io sul mio blog… Cheers!

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