Paul Thomas Anderson, il regista privo di Vizio Di Forma


Un giro di basso che si sposta di continuo da una parte all’altra, e la batteria che zoppica e inciampa, cade e si rialza. I due strumenti si aggrovigliano e si allontanano, si intrecciano e si staccano, creando una base ritmica geniale e inquietante. E su quella base, la voce nervosa di Damo Suzuki si lamenta, strozzata: “Hey you! You are losing, you are losing, you are losing, your vitamin C!”. Psichedelia, angoscia e paranoia, ma al ritmo di un groove pazzesco: niente poteva aprire meglio di Vitamin C dei Can, una delle loro canzoni più “pop”, l’adattamento che Paul Thomas Anderson ha realizzato del romanzo più “pop” di Thomas Pynchon.

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Mi dispiace tanto, ma ho per voi una notizia terribile: il mondo psichedelico di Inherent Vice, questo mondo meraviglioso color noir abbagliante, quest’orchestra di droga, piedi sporchissimi e puzzolenti, risate e morte, sesso e musica, malinconia e sculacciate, cesserà di essere anche il vostro mondo, alla fine dei titoli di coda. In quel momento, vi renderete conto di essere ripiombati ancora una volta in questa ignobile realtà. Il vostro corpo, la poltrona sulla quale eravate seduti, l’auto che vi ha portato al cinema, la vostra casa, la vostra città, tutto questo paese, tutto andrà in rovina e cadrà a pezzi. Perchè tutte le cose sono fatte di componenti instabili e autodistruttivi. Non necessitano di interventi esterni per deteriorarsi. Tutto il contrario del cinema di Paul Thomas Anderson, ovvero il regista-simbolo massimo di quanto sia ridicola, e di valore pari a zero, la messinscena dei premi Oscar. Il regista che, fisicamente, col passare degli anni sta diventando il sosia di Orson Welles, tra l’altro.

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PTA gioca con i modelli e le regole, scritte e non, dei migliori noir degli anni 40 e dei migliori racconti hard-boiled, ovvero le storie nelle quali la verosimiglianza e la limpidezza del plot sono l’ultima delle preoccupazioni di filmmaker e scrittori. Il suo atteggiamento, libero e selvaggio, non poteva che incastrarsi alla perfezione nelle pagine di Pynchon: l’incastro è naturale, il collante perfetto è la marijuana che Doc Sportello fuma per tutta la durata della pellicola, e il risultato è il film più politico di PTA.

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La nascita dell’anima (nera) della nazione era l’ingombrante sfondo su cui agivano i protagonisti di There Will Be Blood; un’anima fracassona e megalomane cresciuta poi a dismisura, eppure smarrita come un infante, che nel secondo dopoguerra era relegata, in The Master, ancora al ruolo di sfondo, dietro, sempre dietro, i due giganti umani troppo umani, che si agitavano in primo piano. Non è un caso se le facce di Inherent Vice non sono più le solite stesse facce, ad eccezione di Joaquin Phoenix, che per dirla con le parole di PTA è “un cane capace di riportarti sempre indietro l’osso, non importa dove e quanto lontano lo lanci”. Non è un caso perchè in Inherent Vice è proprio l’anima della nazione a fare da protagonista: sbrindellata, drogata, disillusa e sconfitta, viziata da un difetto di forma che ne provoca – da quasi cinquant’anni – l’interminabile e irrimediabile tracollo continuo.

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Se è vero che “hippie” è la parola più pronunciata nel film, ad aleggiare dall’inizio alla fine su tutta la pellicola è il fantasma di Charles Manson, il bad trip per eccellenza che muta forma di continuo e diventa un nazista, uno sbirro corrotto, un infiltrato, una Golden Fang (sorta di Spectre cospirazionista incredibilmente esilarante) e cento altre entità: tutte, irrimediabilmente, strafatte, sconfitte, evanescenti, inesistenti, come Gordita Beach.

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E il fluido magico che unisce con un energetico e tangibile continuum i membri del cast di ogni film di PTA, stavolta è ancora più forte e vivido, come se davvero fosse un effetto di qualche droga allucinogena; anche la comicità fisica e corporale, che già in Punchdrunk Love strabordava tellurica grazie agli scatti di Adam Sandler, in Inherent Vice raggiunge vette da capogiro, pure esplosioni visive da circo surrealista degne di Harpo Marx, subito controbilanciate da momenti di una tenerezza disarmante, anche grazie alla mistica voce narrante di Joanna Newsom, che ci tiene tutti per mano su questo ottovolante lisergico che sarà il mio film numero uno per il 2015. Ma forse anche per il 2016.

 

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Inherent Vice

Paul Thomas Anderson

2014

 

 

 

 

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