Quando eu era vivo. Segnali di vita, e di morte, dal Brasile.


Arrivi a 40 anni, di colpo la tua stanza diventa una wunderkammer, cose e foto e indumenti, che erano lì mentre tu mutavi, sono adesso offerte votive ad un non più te, oggetti deperibili esalanti ricordi indelebili.

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Quando Eu Era Vivo è un film di Marco Dutra, giovane ecclettico regista brasiliano formatosi alla University Film School di San Paolo, attivo anche nella produzione cinematografica con il gruppo Filmes do Caixote. Il film, presentato con successo nella sezione Mondo Genere all’ultimo Roma Film Festival, è una apocalisse familiare da camera, che assorbe le atmosfere dell’horror intra moenia alla Polanski e alla Hitchcock, le riversa sul feticismo degli oggetti di Fulci Lado e Argento e chiude il tutto in un interno paulista, nel Brasile di oggi. C’è tanto genius loci, essendo una storia mossa dall’occultismo, non su un Satana mainstream  ma su riti sciamanici autoctoni,  candomblè e umbanda. Junior, separatosi dalla moglie, torna nella casa della sua infanzia, è rimasto solo il padre (Senior) perché la madre è morta ed il fratello, impazzito, è internato altrove. Non è ripartenza nè rigenerazione la sua, è la necessità del compimento di una missione, perché la madre santera aveva sconsacrato al Serpente della Notte la sua progenie, votandola da lì al patricidio finale.

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Junior si riappropria gradualmente di ciò che gli apparteneva, memorabilia degli anni 80 che solitamente hanno i colori pastello della nostalgia, qui invece sono sbiadite come fantasmi (anche in Young Adult di Jason Reitman, storia di coming-back-of-age differente ma parimenti mortuaria, lo diventavano), ed hanno potere, tanto che lui inizia un percorso medianico di introspezione, attraverso gli oggetti passa ai sentimenti, poi alle voci, come Norman Bates diventa lui stesso abitato dalla madre. Alla sua progressiva chiusura negli spazi – mentali e fisici – del passato, corrisponde il disperato slancio verso l’esterno del padre, aperto al futuro, verso l’alto non verso il basso, a nuove relazioni, alla cancellazione del ricordo, ma il suo tentativo è vano. Anche i personaggi secondari giocano per il maligno: Bruna, sexy affittuaria incuriosita dalle paturnie di Junior, gradualmente ne diventa ancella, corpo vivo di donna  in vece dell’ectoplasma della madre; Pedro, il fratello internato,  rivela la profezia senza scampo dietro una filastrocca da incubo. L’epilogo è scritto e musicato,e nemmeno una guaritrice volenterosa riuscirà ad evitare che padre e figlio siano finalmente uniti per sempre. Nella dannazione.

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Girato con uno stile rigoroso ma curioso e attentissimo ai dettagli della messa in scena, musicato dallo stesso regista, Quando Eu Era Vivo ha una sceneggiatura ad orologeria, modella i personaggi poco a poco, come calchi di gesso necessari alle empie cerimonie, e costruisce un gioco ad incastri di suspense ed empatia. Spicca poi l’uso degli spazi e l’interpretazione delle geometrie architettoniche in chiave spaventevole, che fa pensare anche al prodigioso cinema di Cattet e Forzani. Una bella sorpresa, e la speranza di aver scoperto un nuovo talento.

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