Cenerentola, di Kenneth Branagh. Al cor gentil rempaira sempre amore?


Il grande schermo è uno spazio infinito, in cui amo perdermi e blabla e blabla. A guardarlo bene, è un agglomerato di infiniti punti, pixel di tela, che scatenano infiniti impulsi psicotici. C’è però un minuscolo puntino che è salvifico, il puntino rifugio, solitamente allocato in posizione perimetrale, in alto all’estrema destra o in basso all’estrema sinistra, quasi all’intersezione dei bordi. Quando il pathos sale e le ghiandole lacrimali si preparano a secernere – mettendo a repentaglio il mio anonimato e il mio precario equilibrio emotivo – mi basta fissare il puntino rifugio per reprimere i moti e tornare ad una critica apatia. Sala stracolma, luci spente, partono i titoli di testa ed io già sono sotto schock, umido nello sguardo, a fissare astigmaticamente il puntino rifugio. Cenerentola, di Kenneth Branagh, non un film, una celebrazione.

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Lo shock ha tutte le caratteristiche di una eiaculazione precoce: arriva intempestivo, incontrollabile e mi lascia pieno di vergogna, frustrazione e rabbia. Cenerentola, questa Cenerentola, che chiama le masse all’adunata nostalgica con il benestare di quelli che ben pensano, è un falso storico. Cade infatti nell’anno 15 D.S., cioè nell’anno 15 Dopo Shreck, che sulle favole ha impattato come fece Frankenstein Junior con l’horror tutto. Impensabile riproporre filologicamente una Fata Madrina, due sorellastre odiose, una matrigna crudele e un principe figo senza scatenare ilarità e crudeltà iconoclasta. Impensabile per tutti, meno che per Kenneth Branagh, Kenneth lo scespiriano, che si mette in testa sta idea meravigliosa e riporta indietro le lancette a ben prima della mezzanotte, ad un giorno qualsiasi degli anni 80. La sua Cenerentola è una bionda tutta doppie punte e ricrescita, con un arcata sopraccigliare folta e scurissima, hairy si dice, quindi è un modello estetico non angelicato ma antiquato, un po’ la Madonna Luisa Ciccone di Who’s That Girl?

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Stesso modello, tinta bionda e sopracciglia nere, per la Fata Madrina bolsa Bonahm Carter ex machina, che è carina non abbastanza, ironica non abbastanza, empatica mai, arriva e va via senza nemmeno uno strascico di sogno o di emozione. Stessa sorte capita alla matrigna, la povera adorata Cate Blanchett, in perenne conflitto con i sontuosi costumi che indossa e che caratterizzano tutta la messa in scena: non è abbastanza crudele, non è abbastanza meschina, non è abbastanza viva. E le sorellastre? Due bizzarrie cromatiche fluo e pastello, nulla più. E papà e mammà di Cenerentola? Morituri ectoplasmi. Va meglio al Principe Azzurro, Richard Madden con denti abbaglianti e paccotto rigonfio bene in vista dai leggins di ordinanza, un tronista di cartapesta più che un erede al trono. Per ogni dove aleggia un senso di evanescenza, anche gli animaletti mutanti languono, tutto è sacrificato a lei, a Ella, al suo messaggio universale: bisogna essere gentili, bisogna essere coraggiosi. Che andrebbe anche bene, c’è sempre bisogno di gentilezza, sarebbe una sorta di disobbedienza civile, la sovversione verso i soprusi, le azioni che non scatenano reazioni, ma alla gentilezza come maschera sociale io preferisco la rivoluzione del popolo.

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Perché Cenerentola non è proletaria ma borghese figlia di mercanti, colta poliglotta e impostata, che prende l’ascensore sociale ed arriva al potere spiazzando l’aristocrazia nobiliare e militare. Guarda caso, anche la Alice di Tim Burton era borghese e si votava alla marina mercantile alla fine dei quell’altra ignobile opera. Branagh, chissà quanto ingenuamente, rilegge il classico Disney con la retorica nazionalista dei fratelli Grimm, quella del padroni in casa propria, e anche alcuni espedienti narrativi (la richiesta al padre di portale il primo ramoscello che gli colpì la fronte) avallano l’esegesi teutonica, di cui un mirabile cenno è qui. Addirittura, in una scena culmine, Cenerentola pronuncia un “ti perdono”  sinistro e capitale quanto quello dello schindleriano Amon Goeth.

Schindler Fiennes

Dal recupero della tradizione allo spirito reazionario il passo è breve, e Branagh stesso dichiara di aver voluto una Cenerentola antimoderna, classicissima, come classicissimo è il suo stile di regia, tutto movimenti orizzontali nelle scene di casa, verticali nelle scene all’aperto e al palazzo reale, fino al nadir di un gran ballo che non si capisce bene come inquadrare, di certo lontano anni luce dal walzer di Hanna Karenina secondo Joe Wright. Già, magari ci fosse stato Joe, al posto di Kenneth.

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Allora, in questa sarabanda di emozioni sedate, dove i dolori non diventano ricordi ma viceversa, anche la gentilezza scolora come una reclame d’antan, trasfigurandosi in qualcos’altro: ancora una volta, sempre di più, sottomissione, sottomissione! Se avete un briciolo di cuore, tenete lontani i vostri bimbi da questa Cenerentola, altrimenti loro non ve lo perdoneranno mai, e vi faranno vedere gli orchi verdi.

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