Genova 2001, Dikotomiko al #G8, De Gennaro a #Finmeccanica.


Promossi dal Viminale o riciclati come manager, le carriere miracolose dei poliziotti di Genova. Caldarozzi a Finmeccanica con De Gennaro, Ferri alla sicurezza del Milan, Gava a Unicredit: così si sono salvati i funzionari condannati. Fino al 2013 Gratteri ha goduto di un alloggio di servizio del ministero dell’Interno. Questo scrive la Repubblica oggi, 9 aprile 2015. Ora possiamo cominciare.

Que paso que paso la policia llego

Era Luglio, alle Capannelle eravamo in 35.000 e il biglietto costava 15.000 lire. Manu Chao suonò, cantò e ballò per tre ore, ma il pezzo forte fu il comunicato politico delle tute bianche, salite sul palco a metà concerto: “Invitiamo tutti gli Zapatisti ad andare insieme a Genova, blocchiamo il vertice del G8. Il 19, il 20 e il 21 luglio tutti insieme. Tute bianche disobbedienti, pacifisti non violenti, chi ha visto la fame e la miseria, tutti insieme affondiamo il G8”. Le stesse parole dette qualche giorno prima a Milano. Genova in quell’estate era dappertutto, nei cuori, nella testa, nelle mani. Avevo 25 anni e tutta la vita davanti, me ne stavo in retroguardia, represso e indignato dal berlusconismo imperante. E speravo, speravo con tutto me stesso che accadesse una catastrofe, che l’inaspettata piega degli eventi travolgesse quel putrìo, Cristo, un big one ci voleva, poi niente più Berlusconi, niente più destra, niente più Bush, tutti giù per terra.

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Qualche giorno prima del G8, era domenica, tornavo da Bari a Roma perché era lì che avevo cominciato a lavorare, ed in autogrill vicino Napoli li incontrai: 4 pullman, 200 poliziotti scesi a pisciare, divise nere da non credere, manganelli alla cintola, reparti speciali che marciavano su Genova, una goccia di tenebra in un oceano di forze dell’ordine, dell’ordine, sì. Cominciai ad avere paura, una paura cieca come la rabbia, non era per le divise, era per gli sguardi sprezzanti,  le teste rasate, le facce uguali a quelle di tutti gli altri dannati dell’inferno , quelli che per mille e mille anni hanno torturato, violentato, ucciso, sterminato, poi hanno cancellato tutto, per poterlo rifare ancora e ancora e ancora. Io lì, curvo nella maglietta celeste Rizla – The Age of Rolling -, un pacchetto vivente di cartine lunghe, un marsupio a tracolla comprato al mercatino indiano, chè fricchettone originale non lo sono mai stato, ma piccolo borghese un po’ alternativo invece sì, e questo bastava per sentirmi addosso lo scherno di quegli androidi tutti meridionali come me che sono completamente diverso da loro.

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Poi il G8 cominciò. Quando cominciò, mi trovavo nella caserma della Guardia di Finanza a Roma, quella di via XX Settembre, la mia ragazza era la figlia di un comandante, e siccome non avevo ancora trovato casa ero ospite lì, nella foresteria, protetto e imprigionato tra gli alieni in divisa. Lì dentro, su un 22 pollici Philips Combo, vissi il mio G8, una diretta TV che durò 3 giorni.

Il mio pozzo di Vermicino, io Alfredino Rampi, io senza salvezza, io con tutte le colpe del mondo.

Vidi tutto, dormii niente, sapevo che Carlo sarebbe morto in quella maniera, sparato e finito a colpi di pietra, sparato e finito a colpi di pietra, sparato e finito a colpi di pietra, prima ancora che lui uscisse di casa, vidi i tonfa, gli scudi, il sangue, il fumo. Un cellulare della polizia dato alle fiamme. Un altro, blindato, lanciato all’impazzata nelle strade, ad investire cassonetti e pupazzetti in movimento. Vidi e vissi tutto, e nella caserma Diaz morii. Ricordo le notizie, il capufficio stampa della polizia e il rinvenimento delle bottiglie molotov, al telefono con la mia ragazza – io nella sua casa caserma, lei lavorava a Milano – urlavo e parlavo di complotto, di Pinochet, di Videla, di Hitler, di Mussolini e Gianfranco Fini in Questura ad orchestrare, e gli inflitrati, e le prime testimonianze da Bolzaneto.  Vidi e vissi tutto, e morii.

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Qualche giorno dopo un militare parlò ad un me altro dopo il G8, lui era il comandante con la cui figlia avevo una relazione, ed era rimasto distante dagli eventi, perché di stanza a Bergamo, lui benevolo mi disse questo: tutti i primi livelli di comando impegnati a Genova hanno avevano avuto l’informativa dall’Interpol, tutti hanno saputo mesi prima chi sarebbe arrivato a fare casino, da dove viene e perché, e tutti hanno l’ordine di non intervenire, perché i black bloc – che solo in Italia sono al plurale, nel resto del Mondo sono IL black bloc – servono ad altro, a credere, obbedire, reprimere.

Non abbiate più paura, statemi tutti vicino, e, please, don’t clean up this blood.

Dikot

 

Arnaldo Cestaro vs. Italia: Uno a Zero per noi 

Primo maggio 2015: apertura dell’Expo a Milano. Nello stesso giorno e nella stessa città ci sarà un grande raduno anticapitalista, al quale parteciperanno ragazzi provenienti da tutta Europa. La manifestazione potrebbe avere una «capacità di interdizione e di danneggiamento dieci volte superiore a quella del G8 2001 di Genova» dice un rapporto dei Servizi.

I Servizi. Con la S maiuscola.

Anni fa, durante la presentazione del libro che raccontava la sua incredibile e assai inquietante storia (scritto da Edoardo Montolli), Gioacchino Genchi descrisse così i dipendenti dei servizi segreti: “se in un bar vedi qualcuno che indugia al bancone e raccoglie gli scontrini che i clienti lasciano accanto alle tazze vuote di caffè, quasi sicuramente si tratta di uno dei servizi.”

Li ricordate gli allarmi dei Servizi nei giorni prima del G8 di Genova?

Parlavano di probabili attacchi dal mare. Consigliavano di sigillare i tombini per evitare attacchi dal sottosuolo. Meglio di The Descent. Suggerivano di guardare in alto, perchè dal cielo potevano piovere palloncini pieni di sangue infetto. Oltre agli aerei telecomandati. I manifestanti potrebbero usare il gas nervino. Una batteria di missili terra-aria all’aeroporto. Un’obitorio d’emergenza in ospedale. Ordinate 200 body-bags. E i media amplificavano gli allarmi, diffondendo la paura e la tensione, citando i rapporti dei Servizi in editoriali preoccupati ed apocalittici.

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(A marzo, sempre del 2001, c’era stato un significativo prologo a Napoli, con la “sinistra” al governo: quelli che oggi si dicono indignati, che si scandalizzano per la nomina di De Gennaro a capo di Finmeccanica – un’azienda dalla storia candida e trasparente.

Da La Repubblica: “La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.”

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Dopo le cariche in piazza, gli arresti. I pestaggi. I rastrellamenti negli ospedali.  Poliziotti accusati di sequestro di persona, violenza privata e lesioni personali. I loro colleghi in rivolta formano una catena umana attorno al palazzo della Questura, per bloccarne il trasferimento ai domiciliari. Per De Gennaro fu una semplica dimostrazione di solidarietà. Quello che balbettarono Fassino, Rutelli e Bianco ve lo risparmio).

E poi i pedinamenti, le perquisizioni, i sequestri e i controlli, ripetuti più volte al giorno. Espulsioni, arresti. La città di Genova invasa da spie di ogni dove, la CIA che ordina di oscurare tutti i telefoni cellulari.

Quattro giornate di orrore, pianificato ed eseguito grossolanamente, senza nemmeno una strategia particolarmente astuta. Non si preoccupavano di tenere segreti gli infiltrati, riconoscibili anche da lontano, o di camuffare in qualche modo l’indifferenza con la quale interi plotoni di polizia e carabinieri osservavano senza intervenire gli assalti del “black bloc”, o fare un minimo di attenzione a quali crani venivano spaccati dai manganelli. Dilettanti e sprovveduti, come gli agenti beccati mentre portavano due molotov nella Diaz.

Orrore insostenibile, come la visione dello splendido film di Daniele Vicari. Ricordo le facce sconvolte all’uscita dal cinema. E una ragazza in particolare, scossa da tremiti e singhiozzi, che quasi non riusciva a camminare.

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Adesso che la sentenza della Corte di Strasburgo ha certificato il massacro, e la vergognosa assenza nella legge italiana del reato di tortura (attenzione: quella attualmente in discussione in parlamento è un obbrobrio annaquato con il quale cercheranno di lavarsi la coscienza), si aprirà una breccia inarrestabile grazie alla quale lo stato sarà costretto a sborsare diversi milioni di euro. Che però non cancelleranno le violenze, e non spegneranno l’eco dei cori di esultanza che provenivano dall’interno delle caserme (“uno a zero per noi!“) alla notizia della morte di Carlo Giuliani. Riportiamo la testimonianza di Eligio Paoni, fotogiornalista che stava riprendendo la scena dell’uccisione:

“Stavo fotografando – ha raccontato Paoni – in primo piano il corpo del ragazzo ucciso e sullo sfondo le forze dell’ordine , quando ho visto che i carabinieri si stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale e ho urlato “sono un giornalista”. Mi sono saltati addosso egualmente ed hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo. Istintivamente mi sono aggrappato ad uno dei carabinieri che mi stavano picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente mi avrebbero massacrato. Manganellate e calci ovunque. Si sono accaniti contro la mia mano che teneva stretta una delle due macchine fotografiche che avevo: una Nikon. Sono riusciti a strapparmela, ma non era quella delle mie ultime foto. Infatti avevo una Leica infilata sotto un braccio ed era lì che c’erano gli ultimi scatti al ragazzo morto. Non l’avevano vista. E’ servito a poco. L’ho scoperto dopo che il carabiniere al quale mi ero aggrappato, ad un certo punto mi ha tirato fuori dalla mattanza e mi ha portato sugli scalini della chiesa di piazza Alimonda. Pensavo che fosse finita. E invece no. Qualcuno si era accorto della Leica e dopo un chiarissimo ed urlato “Tira fuori quel rullino o te la facciamo vedere” mi è stata sfilata la pellicola dalla macchina. Quando mi hanno lasciato, mi sono diretto , barcollando, verso il centro della piazza dove avevo visto un’ambulanza. Devo ringraziare il collega Yannis Kontos, fotografo dell’agenzia Gamma, che mi ha soccorso”. Eligio Paoni ha poi raccontato che una volta sull’ambulanza, mentre il mezzo dei soccorritori era in sosta in attesa di un varco per poter partire verso l’ospedale, si è rifatto vivo il carabiniere al quale si era aggrappato. “Qualcuno ha aperto le porte – ha raccontato il collega – e ho riconosciuto il carabiniere. E’ entrato a volto scoperto, mi ha chiesto scusa e cosa potesse fare per me. Gli ho detto che avrei voluto riavere la macchina che mi era stata strappata nel pestaggio. Il carabiniere è uscito ed è tornato poco dopo con ciò che restava della mia Nikon: pochi rottami”. “Da dodici anni – ha poi aggiunto il collega – lavoro per Contrasto, sono stato in Bosnia durante la guerra, mi hanno puntato un fucile alla testa in Somalia, sono stato rapito da Hamas e non ho mai provato un senso di terrore e intimidazione così forte. Oggi non ho paura di andare a fotografare qualche conflitto in un Paese sperduto: il rischio è calcolato. Oggi ho paura di tornare a fotografare quelle che succede nelle piazze e nelle strade del mio Paese”. “Fate qualche cosa – ha concluso Paoni – non lasciate che quanto è accaduto cada nel dimenticatoio”.

E a proposito di Corte Europea per i diritti dell’uomo, tortura è anche quella che ha subito Federico Aldrovandi, tanto per nominarne uno.

Omiko

 

 

 

 

 

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