Il Sale della Terra: un consiglio da amico a Wim Wenders


Una voce fuori campo, profonda, suadente e un po’ caramellata, piomba su di noi ad inizio opera e ci informa sull’etimo della parola fotografia, che vorrebbe significare scrivere con la luce o qualcosa di simile, mica cavoli. Un’informazione che ha la pretesa manifesta di diventare un monito a tutti voi, con o senza bastone telescopico, che fate clic e clac alla facciaccia vostra, o al sedere della signorina di fronte, o a quanto siete belle e belli con gli amici e la birra davanti: ricordate, se non scrivete con la luce, non significate. Antagonista rispetto ad ogni monito e sovversivo a livello patologico, con la mia vocina mentale acuta, stridente e acidognola proseguo il gioco degli etimi e arrivo alla parola fotogramma, che dovrebbe significare scritto con la luce, o qualcosa di simile. Una differenza apparentemente impercettibile, leziosa se volete, ma in mezzo ci passa un universo, in mezzo c’è la differenza tra l’arte della fotografia e l’arte del cinema. Il Sale della Terra.

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Che Wim Wenders sia un brand è cosa arcinota, come arcinoti sono i valori associati a questo brand: genio, sensibilità, originalità, ricerca. E’ pur vero che ogni brand, al pari di ogni prodotto, ha un suo ciclo di vita, introduzione-sviluppo-maturità-declino, e per Wim la temuta fase 4 è in corso da tempo, a mio modesto avviso è quasi alla fase terminale. Per questo si è allontanato dai lungometraggi come opere di assoluta finzione narrativa – e meno male, vista l’aridità di film quali The Land of Plenty, o Palermo Shooting – e si è rivolto all’agiografia della altrui vite, prima Pina Bausch, ora che guarda caso fa il mestiere che lui  faceva da ragazzo, il fotografo. Un ritorno alla fotografia come ritorno alle origini, attraverso la storia edificante di un santo fotografo. Nulla osta, mai dimenticare le proprie origini.

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Eppure deve, anzi dovrebbe essere chiaro che la comunicazione è il mezzo che si utillizza, e se fai un film, o un documentario, o qualcosa di vivo e animato non ti puoi permettere di tenere su una fotografia per 10, 100, 1.000 fotogrammi, perché è un ossimoro, una contraddizione in termini, riduci alla staticità defunta ciò che miracolosamente è e resterà sempre animato (cinema = movimento, nel giochino degli etimi). Invece Wenders si permette eccome, quindi ci obbliga – cura Ludovico ? – a vedere la meravigliosa Tuareg non vedente (!) di Salgado per almeno 10 secondi, aggiungendo che essa campeggia sulla sua scrivania – sembra un consiglio per l’arredamento: Wenders, l’home fashion designer per i trend setter! -, e da lì di stasi in stasi si passa agli Indios, all’Africa, all’Asia, ma quando si arriva ai trichechi/leoni marini l’effetto statico diventa incredibilmente esilarante, giacchè il faccione di Salgado, che si sovraimprime in bianco e nero alle foto che scorrono come una proiezione da Philip Dick, ci dice: “è meraviglioso, tutte quelle zanne rivolte verso il cielo!”.

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Salgado, il fotografo umanista brasileiro, colui che ha dato un volto e un’impressione a millanta tragedie del nostro tempo. Niente da ridire, anzi, tutto da ammirare, in una mostra però, o in un libro, senza bisogno di una sinfonia di archi dolenti ad accentuare il pathos delle cinefotografie, senza bisogno che l’entità monitante fuori campo ne spieghi prosaicamente il significato, perché sennò è una lezioncina ad uso di minus habens. Guardate questa foto di morte ad esempio, in silenzio, senza spiegazioni, e rabbrividite.

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Credo che Wim, in corso d’opera, abbia capito il corto circuito emozionale da lui stesso generato, infatti di improvviso cambia registro, abbandona il cimitero musicato e parlato dei fotogrammi e passa alle immagini in movimento, alla rinascita, con Salgado che mette via la macchina fotografica e si mette a zappare, ridonando vita alla sua rinsecchita fazenda, seminando ed allevando nuove genie di foresta e vegetazione. La Mata Atlantica rifiorisce, noi restiamo perplessi quanto e più di prima, al contempo Nanni Moretti, che di Wim è ovviamente intellighentemente amico, ha una visione e rimpiange i bei tempi in cui una folla oceanica, compostamente statica, attendeva di entrare in sala per Il cielo sopra Berlino.

cielo sopra berlino

Una visione del passato, nulla più, perché il tempo non è una foto, il tempo scorre, come il cinema che piace a noi, nemmeno Wim lo può fermare.

 

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4 pensieri su “Il Sale della Terra: un consiglio da amico a Wim Wenders

  1. E’ probabilmente uno dei documentari più belli che abbia mai visto.
    Ho pianto almeno un paio di volte nel corso della proiezione: la bellezza delle immagini e il commento di Salgado alle stesse è meraviglioso

    • Pensa come reagiresti se avessi tra le mani un libro di Salgado, o se fissassi una sua foto in 6X3 ad una mostra, senza i violini, senza uno che ti dice “guarda là, guarda quel dettaglio, sono scarpe, sì scarpe”.

      • Esatto, e il docufilm di Wenders ne fa l’agiografia, in un modo per me così stucchevole e prosaico da minarne l’immagine. Hai presente le foto della miniera in Brasile, all’inizio? Guarda Serra Pelada se ti capita, film in rege qui sul blog, quello è la mia idea di cinema di finzione che rende onore al reale. :)

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