#shenevergforgets: welcome back, Woman in Black


E, donne strette dentro scialli neri, vennero a reclamare scelte chiare, stavano i vecchi accovacciati ai muri, attenti bimbi, attenti cani, attenti! Lei è tornata, anzi, per restare coerenti con la campagna di lancio, #sheneverleft #sheneverforgives #shenevergforgets. Lei, the Woman In Black, è la donna – lo spettro – immagine della nuova Hammer, che ha ripreso a produrre brividi e paura dal 2007, posizionandosi stabilmente sul nuovo gotico britannico e colorando di rosa sangue la sua galleria di eroi dall’oltretomba. Guardando alla storia gloriosa della casa di produzione si nota infatti la prevalenza di mostri seriali maschietti, la Mummia Frankenstein Dracula, mai c’era stato un ritornante in gonnella.

The-Woman-In-Black-2-Angel-Of-Death

The Woman in Black, Angel of Death è asseritamente il sequel di The Woman in Black, uscito nel 2012 anche in Italia, che aveva fruttato ben 127 milioni di dollari worldwide a fronte di un budget di 17 milioniMerito della fama digradante ma ancora mungibile del protagonista, Daniel Harry Potter Radcliffe, ma soprattutto di un regista talentaccio, quel James Watkins che con Eden Lake ci aveva fatto gridare al miracolo girando uno slasher come fosse un film di Ken Loach. Il film è diretto dal più ignoto Tom Harper, inglese come Watkins ma dedito prevalentemente al piccolo schermo, noto per alcuni episodi dell’ottima Peaky Blinders da cui ha mutuato occhio e stile. Una regia a dna televisivo come televisiva è la Ur-Woman in Black, andata in onda sul britannico ITV nel 1989, con una sola replica su Channel 4 nel 1994 per problemi di copyright. All’origine l’omonima novella gotica della britannica Susan Hill, che nel 1983 inventò la tapina Jennet Humfrye, sedotta ingravidata e abbandonata da n.n.; Nathaniel, frutto del peccato e marchiato dalla vergogna sociale, neonato fu affidato alla sorella di Jennet e gentile consorte, ma Jennet aveva ottenuto di viverci insieme senza rivelargli la sua identità, fino a quando il bimbo era morto di sabbie mobili sotto i suoi occhi, e Jennet per il dolore si era ammalata senza scampo, trapassando e trasformandosi in boogeywoman sterminatrice di bigotti bifolchi del paese con relativa progenie.

The-Angel-of-Death-Review

Il paese è il protagonista assoluto, Crythin Gifford, villaggio immaginario sulla costa orientale dell’Inghilterra, tra le brume draculesche di Scarborough e le paludi dickensiane dell’Essex. Qui, in mezzo all’acquitrino, sorge la Eels Marsh House, la casa maledetta abitata dalla signora in nero, qui si ambienta tutto e anche The Angel of Death, 40 anni dopo i fatti della novella e del primo film. Seconda guerra mondiale. Dopo il bombardamento di Londra, la maestra Eve (Helen McCrory, anche lei in Peaky Blinders) fugge dalla capitale con una scolaresca di bimbi profughi e trova rifugio proprio a Eels masch House, ma i piccoli cominciano a comportarsi stranamente e a morire indotti da Jennet, finchè Eve non riesce a sconfiggerla strappandole il Danny Torrance di turno, un bambino problematico medium e un po’ autistitico. L’ambientazione bellica sottolinea il senso di morte incombente della storia, con esso il dolore per la privazione degli affetti che tutti i protagonisti sembrano aver subito. Tutto è macerie, fango e nebbia, l’oscurità degli spazi decrepiti della casa si contrappone al bianco abbacinante delle paludi circostanti, riproponendo la dicotomia kubrickiana invertita per cui la salvezza è all’esterno, non all’interno delle mura domestiche.

The-Woman-in-Black-2-Angel-of-Death-Motion-Comic

In questo mondo di ectoplasmi spicca un fake airport, una base dove stazionano finti aerei della RAF allo scopo di ingannare i bombardieri della Luftwaffe. Qui è il clou del film, dove Jennet si disvela a bambini e maestre riuniti in girotondo per esorcizzarla, da dove gli eventi precipitano. Il film è orgogliosamente demodé, così ricercatamente gotico da ricadere nel manierismo esasperato, così stiloso da non essere pauroso nemmeno un po’, fatti salvi i soliti trucchetti di montaggio sincopato e le bombe acustiche ad usum dolby surround che esplodono beceramente più e più volte. Si direbbe che la Hammer abbia puntato sul maggior risultato con il minimo sforzo, e il botteghino, 40 milioni di dollari in due mesi, ha ancora una volta risposto bene. Francamente ci aspettavamo di più, incoraggiati anche dal bel motion comics che aveva preceduto il lancio del film e introdotto una significativa variante nella storia, Jennet suicida per impiccagione non morta di malattia. Dannata per l’eternità, quindi destinata a tornare ancora, e ancora, e ancora.

nocturno

 

Questa rece la trovate anche sfogliando le pagine del numero 149 di Nocturno, attualmente in edicola. Comprate il giornale prima di sfogliarlo, però.

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