#AgeOfUltron: Avengers, una squadra fortissimi.


The Champions.The main event.Ils sont les meilleurs. Sie sind die Besten. These are the Champions. Si comincia, pare di sentire l’ipnotica intro della Uefa Champions League mentre i nostri eroi, schierati in modulo spregiudicatamente offensivo, attaccano compatti la fortezza dove è nascosto lo scettro di Loki, solo che gli avversari dell’Hydra schierano i nuovi acquisti in ruolo mutante, ci pensano loro, Quicksilver e Scarlet, a giocare di contropiede e ad evitare la goleada.

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L’attesissimo film di Joss Whedon parte come un match calcistico, con falli, scontri all’ultimo respiro e adrenalina a mille, ma è una falsa partenza, un trucco, perché subito dopo si chiude dentro se stesso e ricomincia piano, in un modo oscillante tra il paranoico e l’introspettivo. Nella Avengers Tower, turris eburnea che dovrebbe essere di guardia ma invece è di eremitaggio, Tony Stark e compagni sono persi dentro le loro personali manie, che sono giganti e fuori controllo quanto i loro poteri, e da una di queste manie origina inopinatamente Ultron, intelligenza artificiale di tipo connettivo – alla Lucy di Besson, verrebbe da dire – che a differenza degli allegri compari sa lavorare di fino, cioè di astuzia, ed essendo uno contro i magnifici Sette approfitta delle new entries di cui sopra per attuare il suo metallico Divide et Impera. La visione delle eroiche gesta viene così frammentata in molteplici visioni da incubo, antologiche come antologica era The Cabin in The Woods, quindi Iron Man vede l’Apocalisse, Thor la minaccia di Asgard, Capitan America il cimitero danzante della seconda Guerra Mondiale, Vedova Nera la sterilizzazione stalinista, e così via, di ossessione in ossessione. Non bastasse l’elemento psicotico, arriva la componente intimistica, con Vedova Nera e Hulk Kong che si giurano eterno impossibile amore, e Occhio di Falco che c’ha prole e moglie gravida.

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Un processo di umanizzazione progressiva contro un crescendo di disumanizzazione metallica, con Ultron l’onnipotente che semina il panico e vuole distruggere il mondo, ma tra umanizzazione e disumanizzazione manca lei, l’umanità. Nel senso etimologico di mancanza del genere umano, perché, fatta eccezione per i congiunti del super arciere, non si rileva interazione tra eroi e antieroi e gente comune, non c’è traccia di quelle relazioni interrazziali che pure sono il tratto distintivo, il valor aggiunto dell’epos Marvel e più in generale dell’epos tutto, da Omero in poi. Una precisa scelta registica, strategica quindi, determinata dal fatto che questo Age of Ultron è opera di transizione tra la Fase 2 e la Fase 3 del Marvel Cinematic Universe, che tuttavia nuoce al meccanismo di identificazione spettatore-eroe. Lo spettatore guarda passivamente, in 3D possibilmente, uno spettacolo altro da sé, come fosse un fedele ad una celebrazione religiosa. Non è casuale allora che gli Avengers debbano affrontare lo scontro finale all’interno di una chiesa (seppure distrutta), posta in un non luogo all’uopo designato (la repubblica esteuropea di Sokovia), è la narrazione che lo impone, nel suo divenire li costringe a serrare le fila ed a rinchiudresi nel sacro recinto, così come l’assenza di riferimenti politici fa sì che l’alleanza, governativa per definzione, abbandoni il patrio suolo degli USA. per lo scontro finale.

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Quando pare evidente che Whedon abbia imboccato una storia senza via d’uscita, ecco il paradosso, due dei ex-machina a riavviare il sistema, da Nick Fury sulla portaerei volante che pare un Captain Harlock in versione Blacksploitation, alla Visione, meraviglioso supereroe lisergico, che tutto vede e tutto fa. Interventi stonati, come stonato ma dolorosamente necessario è il sacrificio di una supervita, come celebrazione religiosa impone, e a farne le spese è Quicksilver piè veloce, solo perché non fa massa critica verso pubblico e sviluppi di franchise futuro. Al di sopra e al di sotto di questi vizi di struttura, il film resta un kolossal grandioso, immaginifico e a tratti davvero magniloquente, il dream team degli attori in campo ha il pieno controllo dei personaggi assegnati e sa farli rendere al meglio. Una menzione di riguardo per la love story impossibile tra la Bella e il Bestione: tra Scarlett Johansson e Mark Ruffalo è incontro di titani, ormoni e chimica che piovono addosso al pubblico spaccando gli occhialini, causando sospiri e gemiti in dolby surround.

Marvel in Love, questa sarà la Fase 4, e non dite che non vi abbiamo avvisato.

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