#DukeOfBurgundy, un film sadomasochissimo


Il sadomasochismo, come vogliono darcelo ad intendere, non è liberazione dei sensi, ma oppressione dell’altrui identità, una subdola strategia fascista inneggiante alla sottomissione giuliva, al compiacimento nella subalternità. Ora più che mai, occorre resistere, contrastare le forze della reazione con le uniche armi a nostra disposizione: il cinema, e l’ironia. The Duke of Burgundy, di Peter Strickland.

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La riflessione sul sadomasochismo porta seco considerazioni su altre pratiche fintamente estreme, quali la cinenecrofilia, il compiacimento morboso nella visione di un cinema che non è più ma che continua a pulsare negli occhi di chi guarda, più vivo di qualunque nuova vulgata o manifesto teorico. In questo senso, tanti sono i registi che tentano di riproporre il cinema del triassico, quello degli anni 70 che – è sempre bene ricordarlo – fu bruciato vivo dalla propaganda politica e della miopia critica, senza per questo  dissolversi nel vento, anzi.  E non parlo solo del cinema italiano – i soliti nomi, più Lo Strano Vizio della Signora Wardh di Sergio Martino, o Il Profumo della Signora in Nero di Aldo Lado – ma anche del cinema erotico di Jess Franco.

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Visti, metabolizzati e riassemblati in modi e forme del tutto originali, come da essenza dell’avantpop, dell’avanthorror alla maniera del duo Cattet-Forzani. In questa direzione si muove Peter Strickland per la sua immaginifica rappresentazione di un amore lesbico, tra una donna che ha superato gli anta – non chiamatela milf, fareste il gioco dei padroni – e una donna negli enta. Amore che parte da una passione comune, quella per le farfalle diurne/notturne, e si estrinseca in un gioco di ruolo surrettiziamente sadomasochistico, in cui la componente ludica prevale e schiaccia quella libidica. Le due giocano da mane a sera, dalla notte al dì: alla signora ed alla cameriera, al boot cleaning, al face sitting, al pissing, al bondage boxing (pratica di nuovo conio sulla cui denominazione abbiamo il copyright, consiste nel legare il partner e riporlo in una capiente cassapanca, debitamente areata, per un tempo limitato), tra frustini, bustini, pizzi e merletti. Si muovono in un loro mondo privato asociale, lisergico più che onirico, dove anche le bolle di un bucato a mano di mutande sporche sono poesia dell’immagine. Incontrano raramente altre creature, donne o manichini, per lo più in surreali seminari sullo minacce del grillotalpa, e la componente sonora è un fattore perturbante che il britannico Strickland usa da maestro, come già nel suo precedente apprezzatissimo Berberian Sound Studio.

The Duke of Burgundy Movie - Sinopsis (Sidse Babett Knudsen, Monica Swinn)

Immagini e suoni rapiscono ma nascondono anziché mostrare: non viene esibita alcuna nudità, né pratica erotica, il gioco non riguarda la stimolazione dei neuroni specchio, alludendo al grottesco della carne punta all’estasi della psiche, che è una parola derivante dal greco e vuol dire, pensate un po’, farfalla. La visione del film procede per illusioni quindi, e illusione è anche l’amore rappresentato, perché come nel cinema di Losey i ruoli si rovesciano e si sovvertono e la dominata può diventare dominatrice, senza rivoluzione però, semplicemente in reazione al (pensiero di un) tradimento. Così incomincia un’altra storia estrema, quella più difficile da sostenere, perché fatta di quotidianità e di normalità, di pigiami sformati, di cucina, di faccende domestiche fini a se stesse, ma non temete, non si parla della vita di tutti noi, è solo una variante del gioco, la passione è già pronta rialzarsi in volo, vivida e leggera. Come una farfalla.

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