Cobain: Montage of Heck


Papà, chi era Kurt Cobain?, Era un cantante famoso, bravissimo e tristissimo, che ebbe tanto successo, ma così tanto che non ce la fece a sostenerlo, e morì. Papà, ma Kurt Cobain morì come Bob Marley? No, Bob morì di male incurabile, Kurt si fece del male da solo. Papà, ma anche il male che si fece Kurt era incurabile?, Sì. Allora ho ragione papà, morì come Bob Marley. Frammenti reali,  verosimili, di una chiacchierata in mezzo alla cena, io sono il papà che deve spiegare, D. è il bimbo che deve capire. Poi guardo il film, e mi accorgo che sono io il primo a dover capire. Cobain: Montage of Heck, di Brett Morgen. Il capolavoro.

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E’ un film, non un film documentario: l’occhio del regista è presente, c’è una visione chiara ed orientata ad un risultato, che sarebbe il disvelamento dell’anima di Kurt attraverso le tracce della sua vita, interviste ai sedicenti suoi cari, canzoni ovviamente, poi foto, video, disegni, frasi, una montagna di frasi, scritte dovunque, dolorosamente coerenti tra loro. L’opera del regista, dunque, evidente nella scelta del linguaggio del cartone animato e dei fumetti, per rendere l’immagine oltre l’idea quando non basta ciò che è scolpito su frame o pixel. Brett va quindi accettato come presenza, anche se silenziosa e non ingombrante, questo è un film, non un film documentario.

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C’è Aberdeen, come here as you are, 16.500 abitanti in una contea di Washington, terra dell’abbastanza nella terra dell’abbondanza, e c’è il Ritalin, la tata di tutte le droghe, che allattava a modo suo il piccolo Kurt dall’età di 7 anni. Lui, biondo azzurissimo, gioca e balla e canta, è un bambino qualsiasi, iperattivo dicono, lo si legge dagli occhi, ma voi potete guardarli come li guardo io questi occhi, dentro c’è solo tutta la tristezza del mondo. Essere nel tempo fuori luogo, disagio, inquietudine, fuga da una famiglia distrutta, bisogno di una famiglia. He fought against what he really wanted, combatteva contro quello che voleva veramente, dice la sorella. Kurt anarchico, lui lo dice, guardate Over The Edge, è un film del 1979 di Jonathan Kaplan con Matt Dillon. lui lo dice, guardatelo, dentro ci sono io. Guardatelo. Comincia a seminare frasi, si sente non bene (insane), non uguale (different),  si vergogna, tantissimo. La prima esperienza sessuale, abortita, con una cicciona ritardata, lui la racconta, i compagni si fanno beffe di lui, lei la racconta, la scuola lo punisce. I felt ashamed, sprofondavo nella vergogna, the fear of being ridiculous, il terrore di essere ridicolo, fategli tutto, ma non umiliatelo, non lo accetterebbe mai, dice Novoselic compagno di band.

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Appunti e frasi, scarabocchi che sanguinano, Eraserhead noleggiato in vhs per 99 cent, la musica, la band. Nomi vari e i più strampalati, Elvis Cooper sarebbe punkissimo, poi la scelta è Nirvana, perché? Perché no?, dice lui. E la musica che sgorga, irresistibile, unica, per sempre, statela a sentire, non cantateci sopra, non battete il tempo, guardate i suoi occhi e affondateci dentro. So alone. Blown Away. Anger. Play every day. Punk rock, scream rock’n roll band, che spacca sin dal primo vagito, ma lui è terrorizzato, I am threatened by ridicule, il suo Babadook non lo lascia mai. Sorella eroina amorevole soccorre, il primo abbraccio è del 1987, poi altri 10 in quanto tempo?. Concerti in pigiama, amici, frasi che sono sfoghi e non versi, lui suona e canta il suo male e la gente impazzisce, lui pure impazzisce di vergogna, I am stupid and contagious, un virus contagioso come l’amore. Courtney arriva, è il minuto 73 del film, non del film documentario, da lì niente sarà più come prima, eppure tutto resta più uguale.

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Lei consapevole, siamo la coppia rock più bollente dai tempi di Madonna e Sean Penn dice, sei bello come Brad Pitt dice, mentre le riviste di glitter e glamour li accostano a Sid e Nancy, a Yoko e John, lui che altrove sputa sui Beatles qui invece le canta And I Love Her, solo chitarra e voce, un unico brivido che strappa il cuore e la pelle. Lei lo ama, lui la ama, I am afraid of getting hurt, ho paura di soffrire scrive, intanto giocano in una casa di macerie, e lui è così bello, così triste. La gravidanza tossica – avremmo avuto tanti figli, dice Courtney, se solo -, la nascita dello scriccioletto, immagini che perturbano e disturbano, loro sempre fuori di testa ma amorevoli, dolcissimi, vivo per lei scrive alla bimba, Kurt come un Bocelli qualsiasi, ma ancora nessuna luce nei suoi occhi, ancora dolore e male, non la prende più in braccio, I am not junkie, I am tired, I am tired. Non umiliate Kurt, non traditelo, oramai la rabbia è solo ossessione, Courtney è la sua famiglai, lui non può accettare anche solo l’idea del tradimento, riempie mille righe, I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself  I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself I kill myself?

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La quasi morte a Roma, MTV unplugged , lui così distante da tutto, il successo che non ha cambiato una virgola, gli occhi azzurri tristissimi per sempre.

Buio.

Adesso tocca a voi. Continuate ad esistere.

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