#MilanoBrucia, ma il vandalismo è un gioco da ragazzi


Vi sarebbero stati titoloni sui giornali; nelle bande di adulti, capi-scommessa alle gare di lotta avrebbero accolto con rispetto la notizia della distruzione della casa del vecchio Miseria. Era come se quel piano se Io fosse portato dietro tutta la vita, vagliandolo durante le stagioni. E ora, quindicenne, Io avesse cristallizzato, insieme al tormento della pubertà (Graham Greene, cit. in Donnie Darko).  La più ampia convergenza, così caldamente auspicata dalle principali istituzioni nazionali, si realizza nel classificare gli episodi di violenza collettiva in contesti urbani, con annessa distruzione di suppellettili di arredo stradale, attacchi ad esercizi più o meno commerciali e devastazione di auto in sosta. Espressioni deviate del disagio sociale, i media riportano, oppure vandalismo artatamente fomentato dai soliti noti, oppure ancora azione terrorista di anarco-insurrezionalisti dei centri sociali, ma qui la confusione aumenta, si aggregano cluster di antagonismo non necessariamente conciliabili, quindi anziché classificare si finisce con il confondere, che forse è l’obiettivo principale dell’ampia convergenza. Diverso e ben più inquietante sarebbe se si associasse l’idea di violenza urbana ad una particolare fascia anagrafica, ed esempio gli adolescenti dai 15 ai 18 anni, provenienti dalla borghesia benestante senza coloritura politica, ma non crediamo questo sia possibile in Italia, dove gli adolescenti se esistono sono invisibili, e se sono visibili sono delle miserabili marionette. Negli USA è stato possibile solo tanto tempo fa, alla vigilia dell’edonismo reaganiano. Over the Edge, di Jonathan Kaplan.

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Che mai saremmo arrivati a conoscere senza le parole di Kurt e le immagini presenti in Cobain: Montage of Heck. A nostra parziale attenuante va il fatto che Over the Edge è un’opera maledetta, costretta per molto tempo all’invisibilità anche in patria, a causa della sua disarmante, o armante, franchezza. 1979, New Grenada, planned community in the middle of nowhere, comunità suburbana di gente wasp agiatissima, delocalizzata dalle grandi città per abitare in case esclusive, con vicini esclusivi, con garage esclusivi ad ospitare auto esclusive. Gente della genia dei baby boomers, i figli del miracolo degli anni 60 pasciuti a botte di deregulation ultraliberista e megabolle immobiliari, con la chiara visione di un futuro roseo e una conseguente attitudine a iperprolificare. A New Granada, infatti, un quarto della popolazione ha 15 anni o giù di lì, adolescenti esclusivi che vivono da esclusi, perché nel piano regolatore né mamma né papà hanno inserito spazi pubblici di divertimento e incontro, solo un centro ricreativo che funziona da megabivacco, mentre lo spazio che sembrava destinato al cinema ed al bowling è stato presto sbranato da ulteriori lottizzazioni.

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Kaplan si ispira ad una storia vera ma poco rileva, usa come location una vera comunità contigua a quella di (Bowling a) Columbine ma qui non rileva, conta che non si faccia problemi di lanciare contro il sistema un messaggio dentro la bottiglia incendiaria: l’aggregazione a fini di rivolta, Kaplan dice, resta l’unica possibile in contesti nei quali la semplice presenza di giovani e bambini è essa stessa un problema da risolvere. Da qui parte per guardare le gesta poco eroiche di un gruppo di adolescenti, che passano il tempo tra feste, alcol, amorazzi, e marachelle contro il potere costituito, incarnato alla perfezione da Deputy Dob, l’agente Doberman (!), spregevole e violento tutore della legge. Sono ragazzini di buonissima famiglia dicevamo,  con una coscienza generazionale brutale manco fossero dell’onorata società (“A kid who tells on another kid, is a dead kid”), ma tra loro c’è Matt Dillon giovanissimo esordiente, nel ruolo di figlio non agiato di mamma nubile.

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Per i grandi lui è il bullo, lui è Lucignolo, lui è la vittima destinata al sacrificio sotto i colpi della legge, del solito, malinteso abuso di armi da fuoco e di quel troppo beninteso emendamento sulla legittima difesa. Succede però che i ragazzini non si limitino a piangere il morto per disturbo della quiete pubblica, anzi si uniscano tutti per attaccare i genitori, altro che i giovani patrioti di Alba Rossa contro gli invasori: li chiudono nella scuola, dove erano tutti riuniti per parlarsi addosso di vandalismo e di violenza giovanile, e mettono a ferro e fuoco New Granada, comunità aliena alienata non più ridente. La visione è impressionante perché intrinsecamente sovversiva, i ragazzini giocano a scardinare il più ancestrale degli ordini, quello del rapporto genitori-figli, con il sorriso sulla faccia, la pistola in una mano, la mazza nell’altra. La violenza urbana diventa così non una questione di lotta di classe, ma di lotta dentro una classe, e ne causa l’implosione, con i vecchi impauriti e sconfitti ed i giovani, capi (loro malgrado) della rivolta, deportati in riformatorio su uno scuolabus blindato per l’occasione, applauditi dai coetanei a bordo strada come tanti American Sniper. Dopo questo film cominciò la stagione dei Ragazzi della 56°, dei bad boys, dei guerrieri della notte, di Rusty, ma non fu mai più la stessa cosa, mai più si videro, o si vedranno, tante piccole canaglie borghesi lottare tutte insieme senza un ideale.

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Milano, 3 maggio 2015. Ci sono gli ex giovani degli Anni 70 che rimpiangono i servizi d’ordine di un tempo; i leghisti che sventolano una bandiera del Carroccio; i filo monarchici con la bandiera italiana, quelli che cantano l’Inno nazionale, quelli che preferiscono «Bella ciao» e tutti che applaudono i ragazzi che puliscono: il fricchettone come il giovane con capello corto e maglietta mimetica. Ovazioni per gli uomini dell’Amsa al lavoro. In realtà è il corteo del ceto medio e della borghesia classica milanese che rivendica i suoi spazi e acclama infine ancora una volta Giuliano Pisapia come sindaco. Alla Darsena rinnovata, dove la manifestazione si chiude, ci pensa l’attore Claudio Bisio, che sfila tra battute e saluti, a sintetizzare il pensiero di molti: «Giuliano, non vorrei romperti le scatole e i tuoi progetti di vita, ma… ripensaci!». E sono applausi, lunghissimi.

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Tutti che applaudono i ragazzi che puliscono. Il corteo del ceto medio e della borghesia classica milanese. E’ scritto proprio così, su La Stampa, mica sul solito quotidiano del tanto peggio tanto meglio. Guardate qui se non ci credete.

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